Ad bonum commune- Carlo Maria Martini, speranza per i fedeli riformisti e per il bene di una rinnovata comunità cristiana
di Stefano Capponi
Aveva solo undici, forse dodici anni il giovane Carlo, ovvero Carlo Maria Martini, quando si aggrappava alle scalette degli scaffali delle biblioteche torinesi alla ricerca di un’edizione completa del Nuovo Testamento tradotta dal Greco. Un sintomo piuttosto precoce non solo della religiosità che avrebbe caratterizzato la sua vita, e della sua vocazione, ma anche dell’interesse vivo per un utilizzo della ragione e della ricerca personale in tutti gli ambiti, specialmente in quelli filosofico e teologico. Se il dogma è caratteristica considerata dai più pregnante per quanto riguarda la Rivelazione e di conseguenza tutto ciò che concerne la religione cattolica, Martini non si era mai arreso a pensare come invece la ragione sia un aspetto fondamentale che non può non accompagnare la fede e lasciarla andare per conto proprio, cosa di agostiniana memoria, ma che a volte pare dimenticata per cui i religiosi si abbandonano a un certo fideismo completamente irrazionale. Fino all’ultimo, ovvero fino a un anno prima della sua morte, nel 2011, Martini si era occupato di questo tema in vari modi, spingendosi fino a domandarsi “Le Ragioni per Credere”, titolo di una delle sue ultime raccolte.
La ragione è il rimedio per sconfiggere il dubbio, che Martini a volte ha considerato legittimo, così come aveva fatto nel 2007 con riferimento anche al caso Welby, chiedendosi se, per quanto concerneva l’accanimento terapeutico, non fosse utile ascoltare l’opinione del malato in modo da far comunicare da parte sua quando le cure non sono più necessarie, in quanto la vita si sta comune naturalmente spegnendo. Il no all’accanimento terapeutico l’ha detto anche lui, il Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, che è morto scegliendo di non prolungare le proprie sofferenze di fronte a una fine certa. Il Parkinson a volte non lascia scampo. La sua morte ha scatenato polemiche da parte di molti, ad esempio dei Radicali, che da sempre accusano la Chiesa per il suo no a testamento biologico e alla scelta sul fine-vita, e per lasua incoerenza che vi è talvolta sulla questione. Da parte sua, l’organizzazione cristiana ha risposto marcando la differenza che secondo lei intercorre tra eutanasia e no all’accanimento (per la verità non ben delimitata, che si ha quando le conseguenze già si conoscono, e che i Cristiani possono, come ha affermato ieri il Cardinale Sgreccia, opporre.
Alla camera ardente al Duomo della Milano del Cardinale si sono presentate ben 150.000 persone, praticamente un’intera città, nonché diverse autorità, tra cui innanzitutto il Presidente del Consiglio Mario Monti, il Ministro per i Rapporti col Parlamento Piero Giarda, la Presidentessa della RAI Anna-Maria Tarantola e il celebre conduttore tv Pippo Baudo. Molte altre si presenteranno ai funerali: sicuramente il sindaco Giuliano Pisapia, i Ministri Ornaghi, Balduzzi e Riccardi, il Governatore ciellino Formigoni, e molti altri. La celebrazione sarà compiuta dall’Arcivescovo Scola, considerato sotto diversi punti di vista molto diverso sia da Martini che dal suo precedessore Tettamanzi.
Carlo Maria Martini, così diverso dalla stragrande maggioranza degli alti dignitari ecclesiastici e per questo così amato. Così diverso dai vari Bertone, Bagnasco, Ruini, Sepe, e diverso anche dal Sommo Pontefice in primo luogo. Il Papa Benedetto XVI ha fatto sapere che non presenzierà ai funerali: varie battute malefiche girano su Internet, ad esempio quella pubblicata su spinoza.it: “Le preghiere di Ratzinger hanno accompagnato le ultime ore del cardinale Martini. Ora si concentreranno su Don Gallo.”
Martini si era infatti distinto oltre che in ciò già affermato anche in altri temi alquanto discussi: il fatto che la Chiesa non dovesse ricercare per forza una popolarità maggioritaria, innanzitutto (magari facendosi bella buttandosi in politica o sostenendo partiti), ma che dovesse difendere con fermezza un gregge anche piccolo ma buono e giusto; poi sugli omosessuali, per cui Martini, pur riconoscendo il fatto che “Dio ci ha fatti uomo e donna”, riteneva che vi siano casi in cui anche per una certa “inclinazione nativa” (cosa assolutamente rivoluzionaria, dato che molti ecclesiastici parlano dell’omosessualità come una scelta e quindi peccato, oppure di una malattia), possono portare ad avere uno stile di vita che non può essere “né demonizzato né ostracizzato” e, pur non pensando che l’unione gay possa essere d’esempio come una famiglia vera e propria, la considerava in maniera sicuramente migliore “in luogo a rapporti occasionali” e in questo senso riteneva che “lo Stato potrebbe anche favorirla”; l’ecumenismo e la forte collaborazione tra Chiese non cristiane; il rispetto e il dialogo con le altre religioni, anche con la religione musulmana a Milano da certi gruppi politici vista in cattivo modo, nonché un rapporto forte con gli Ebrei, segnalato anche dal conferimento della laurea ad honoris in filosofia dall’Università Ebraica di Gerusalemme.
Alcuni atei ritengono gli ecclesiastici come Martini “cavalli di Troia” di una Chiesa che non cambierà mai. Altri non credenti, invece, ritengono i credenti come il Cardinale soggetti fondamentali per un dialogo che parta dal comune senso di apprezzamento per la ragione nonché per la collaborazione per il bene della società in cui tutti, credenti e non credenti, stanno e per cui tutti dovrebbero lavorare.
La legge della Chiesa, diceva San Tommaso d’Aquino, è un “ordinatio rationis ad bonum commune”, è cioè stabilita solo per il bene della comunità, dei battezzati ma in realtà non solo. E se il fine della Chiesa è superiore al formalismo delle proprie leggi, non può, pur non piegandosi passivamente ad essi, non guardare ai cambiamenti della società. Il Cardinale Carlo Maria Martini l’aveva capito, e forse è anche per questo, oltre che per il terribile Morbo di Parkinson, che non è mai diventato Papa.













