Se l’umor nero fosse il destino comune…
di Giovanna Girardi
Poiché nessun discorso sembra risolutivo, si è preferito alla classica recensione uno spunto digressivo solo apparentemente secondario, capace invece di conferire un saldo strumento di lettura, osservazione in grado di rivelare una direttrice di questo film grave, lirico, misterioso.
«Se paura e abbattimento durano a lungo, questa è malinconia» afferma un aforisma ippocratico. Mélas, cioè “nero, scuro” e per traslato “triste, funesto”, e cholé, “bile” o “collera”: anticamente la depressione era detta “malinconia” o “melancolia” e spiegata secondo la classica teoria degli umori. Tale teoria, inaugurata da Ippocrate tra il V e il IV sec. a.C. e sistematizzata in epoca romana da Galeno, descrive il corpo quale complesso di organi e di quattro umori (flegma, bile gialla, sangue, bile nera), i quali devono mantenere un sano equilibrio tra loro. Cagione di malattia è la preponderanza di uno di essi. Nel caso della bile nera, il suo colore oscura cuore e cervello e, come immergendoli nelle tenebre, produce mestizia, angoscia, smarrimento. I sentimenti più nefasti e un intimo senso di morte.
Il film è Melancholia, presentato da Liars Von Trier al Festival di Cannes nel 2011: parla di un fatidico destino, delle reazioni umane di fronte alla catastrofe, della sorte ineluttabile che aspetta due sorelle profondamente diverse. Justine (Kirsten Dunst, vincitrice del premio “miglior interpretazione femminile”), bionda creativa sfuggente, e Claire (Charlotte Geinsburg), mora pratica affabile, sono apertamente messe a confronto in due sezioni della narrazione e sulla riflessione che il loro scarto innesca si dispiega il film, e il suo lascito. Immedesimati nella scena, raccolti, gli spettatori sono invitati a scegliere una posizione. Ciascuno a modo proprio, interrogatosi su tutte, comprende, più delle altre, una tra le varianti che i personaggi propongono.
Al contrario delle grandi produzioni americane, nell’affacciarsi ad un terribile avvenimento comune, il regista sceglie infatti di riprendere e sviscerare la varietà dei comportamenti, la psiche e le risposte recondite che popolano l’uomo nella sua individualità. E ad esprimere quest’ambivalenza, il contrasto tra lo sguardo ad altezza d’uomo di Trier e la grandiosità dell’accadere, sta da un lato una macchina da presa costantemente “a mano” e dall’altro fotografia e colonna sonora. L’una magnificente, simbolica, squisitamente artistica, l’altra, grazie alle musiche di Wagner, patetica e solenne.
Il tutto va a fondersi in un film completo, curato nel minimo dettaglio, estremamente affascinante.











