Seminaria, il sogno di fare arte
di Paola Bozzini
“Il mio nome è Isidora e vivo d’immaginazione….” Avvolta in fluttuanti veli bianco rosati una figura fantastica, altissima e sognante, si rivolge al pubblico in attesa nella penombra…..”Il mio nome è Isidora e vivo dei tuoi occhi e nei tuoi occhi….guardami….guardami….GUARDAMI!”. ‘Seminaria’ inizia così, fra luci attenuate, fiaccole sapientemente disposte, sussurri e l’invito dell’attrice, Barbara Sartori, a…. guardare. All’imbocco del volto che immette nel borgo medievale di Maranola, una schiera di sonnambuli, stretto ciascuno al proprio cuscino sussurra all’orecchio i suoi sogni a chi s’addentra nel percorso. Suggestione, magia, incanto e molto altro ancora siglano passo a passo la strada che conduce, per viottoli e scalette, attraverso porte, illusorie e reali, alle installazioni artistiche di questa mostra-evento unica nel suo genere.
Nata dalla fervida mente di tre giovani donne laureate in Scienze della Comunicazione, “Seminaria” è giunta alla sua seconda edizione ed ha riscosso un successo enorme di pubblico e di critica. S’è conclusa da poco e ancora tutti, qui, in questo borgo di case antiche, strette attorno alla torre maestosa, ne parlano e commentano con toni soddisfatti ed anche increduli. Eh sì, perché questa magia che avvolge il visitatore e lo avvince in modo sorprendente sino all’ultimo passaggio, è un miracolo che nasce da un lavoro di volontariato, condiviso e sentito dall’intero paese. Giulia Magliozzi, Isabella Indolfi e Marianna Fazzi, ideatrici e promotrici della rassegna, raccontano che “senza l’appoggio degli abitanti non sarebbe possibile realizzare ‘Seminaria’ “. E in effetti la luce necessaria viene offerta dai maranolesi che permettono di allacciare faretti e lampadine ai loro impianti; gli spazi, alcuni dei quali s’addentrano in cortili privati e in abitazioni, vengono messi a disposizione da famiglie che accettano di accogliere, per tre sere consecutive, migliaia di estranei-visitatori; perfino il cibo per gli artisti e i collaboratori, viene dalla disponibilità di negozi ed imprese locali che riconoscono nell’iniziativa una enorme potenzialità per far conoscere e apprezzare quest’angolo di storia, minuscolo, ma davvero prezioso. Insomma la rassegna prende vita davvero da un corale “fai da te” dall’inizio alla fine e questo aggiunge fascino e significato all’evento. Chi ha un service, lo mette a disposizione, chi può interagire con effetti o recitazioni offre la propria professionalità e chi abita il borgo apre volentieri il proprio cuore e l’album dei ricordi perché “Seminaria” possa attingervi nel creare.
Gli artisti, tutti, vengono a Maranola in primavera, vi soggiornano, ospiti di questa o quella famiglia, e nel corso di una settimana dialogano, studiano, analizzano la realtà umana e storica del luogo in vista di una personalissima creazione ad hoc per l’evento d’agosto. E’ così che son nati i filmati stupendi nei quali, tolto il suono, parla la mimica delle persone più disparate, che raccontano i loro sogni o incubi, e l’installazione, con materiali di recupero trovati in loco, del giardino della torre. Una rete di ‘non-sense’ e di sogni, lunga due chilometri, che inizia con un pezzo di vecchia ciminiera, ma potrebbe anche essere il fumaiolo di una nave, con una lente incastonata al centro (Marco Di Giovanni) che permette di guardare il mondo…alla rovescia, e prosegue nel sogno, sostando nell’antico frantoio dove le poesie di Claudia Col, fogli e fogli accartocciati, fanno eco agli scorci suggestivi di Maranola, s’imbatte nelle porte proiettate da Daniele Spanò, entra in punta di piedi nel tunnel dei ricordi di Chiara Mu, dove l’eco dei suoni di antichi giochi si spande nella penombra in cui spiccano scarpette di bimbi di un tempo lontano. E c’è anche il commento dal vivo, fatto dai bimbi che si alternano a un balcone prospicente su un’ansa del percorso, ci sono i numeri civici più folli, inventati e scritti dagli stessi abitanti sulle piastrelle proposte da Già Piacentini, creatore di immagini, sospese fra mitologia e realismo, dipinte sui muri delle case e i disegni di Valeria Crociata che, proiettati dalla lavagna luminosa, colorano spigoli di case, sbrecciati o scuriti. E man mano che ci si addentra nel tracciato delle fiaccole, si ha la strana sensazione di essere letti mentre si legge, di essere guardati e colti nel profondo mentre si guarda. Sensazione unica davvero, che difficilmente si prova ad una mostra, e, uscendo fuori dalla casa dove ‘vive’ l’uomo ombra appoggiato ad un tavolo (Marco Di Giovanni) ultima installazione del percorso, viene voglia di ritornare indietro per immergersi di nuovo nell’atmosfera surreale e incantevole tessuta dalle creazioni di venti artisti, tutti giovani, ma tutti egualmente forti di importanti esperienze espositive nei principali musei sia italiani che esteri .
Raccontare di ciascuno di essi, la storia espositiva è impossibile ma elencarne i nomi, è un omaggio dovuto a chi ha saputo regalare tanta suggestione: Carlo De Meo, fondatore dei “Giornali visivi” dedicati all’arte contemporanea; Valeria Crociata designer e illustratrice; Marco Di Giovanni, la cui ricerca s’incentra su materiali di recupero; Christian Ghisellini, modenese, grafico freelance; Marina Girardi, premio Komikazen per il fumetto; Kanjano, cantastorie per i bimbi ed autore satirico; Rocco Lombardi, di Formia, decoratore e illustratore; Simone Lucciola, cantante e disegnatore underground; Pablo Mesa Capella, spagnolo, regista noto le cui installazioni nascono dall’esperienza teatrale; Chiara Mu, spesso lavora a Londra dove ha collaborato con varie gallerie; Già Piacentini, le sue creazioni sono alla Galleria Gallerati di Roma; Serena Piccinini i cui pensieri si trasformano in sculture, fotografie e installazioni; Quiet Ensamble, un team composto da Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli che sa porre in luce aspetti insignificanti e meravigliosi; Daniele Spanò, scenografo e poeta; Carlo Steiner, che interroga e s’interroga sulla consistenza delle cose; Three minutes ago, ovvero Nicoletta Grasso, artista e ricercatrice delle arti contemporanee; Cecilia Viganò, analizza e trasforma gli oggetti del quotidiano; Angela Zurlo, il mondo femminile nella tradizione; Giulia Ledda, attrice poliedrica.
Alla rassegna si sono abbinati tre eventi a latere: due concerti ed una piéce di prosa. Un concerto di musica elettronica proposto da Luca De Siena; Musica da cucina, un concerto nato come esperimento casalingo e poi cresciuto girando l’Europa e l’Australia, concerto “per chitarra e tavolo apparecchiato”.
Infine a chiusura la piéce di prosa di Ferruccio Padula, “Don Alonso Quijano detto il Buono”, Ispirato al “El ingegnioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha” drammaturgia e regia di Ferruccio Padula con Monica Costigliola, Maria De Meo, Barbara Sartori e Ferruccio Padula, costumi di Barbara Villa.











