Pubblicato il: ven, ago 31st, 2012

Greenpeace e l’Arctic Sunrise all’arrembaggio contro i pirati dell’Artico

di Marcello Pecorari

Ha inizio la prima, grande battaglia di Greenpeace nei confronti dei predatori dell’Artico, i grandi del petrolio a caccia di nuovi giacimenti.

Gazprom, il colosso russo degli idrocarburi, dopo quindici anni di lavori per la costruzione della piattaforma Prirazlomnaya partendo da un vecchio impianto scozzese abbandonato, si accinge ad avviare la prima estrazione petrolifera in mezzo all’Artico, nel cuore del mare di Barents, al largo delle coste settentrionali di Russia e Norvegia.

Non si sono mai azzardate prima estrazioni petrolifere in un sito così ostico e inospitale, coperto dal ghiaccio per tre quarti dell’anno e in cui le temperature toccano i -50°C. Durante i lavori degli ultimi anni il ghiaccio è riuscito a spostare pericolosamente l’intera struttura che, per fortuna, non aveva ancora iniziato le trivellazioni. “Non si può mettere in dubbio che questo scenario possa ripetersi” affermano i volontari di Greenpeace che sono giunti due settimane fa sul luogo del delitto capitanati dal direttore esecutivo Kumi Naidoo. “La questione è quando questo scenario si ripeterà” e quando ciò avverrà, si avrà uno dei più grandi disastri ambientali di tutti i tempi, con conseguenze pesantissime sull’intero ecosistema che, ad oggi, ospita numerosissime specie a rischio tra cui l’orso polare.

Atto I: La protesta di Greenpeace è scattata pochi giorni fa a bordo della sua storica rompighiaccio Arctic Sunrise: gli attivisti hanno scalato la colossale struttura della Prirazlomnaya occupandola per quindici ore nel tentativo di bloccare qualsiasi operazione, chiedendo alla Russia di abbandonare ogni progetto di estrazione di petrolio nell’Artico, finché pezzi metallici e l’acqua gelida non hanno costretto gli attivisti alla ritirata.

Atto II: gli attivisti di Greenpeace in pochi giorni hanno effettuato un secondo blitz a bordo di un gommone e si sono affiancati a una nave ormeggiata in prossimità della piattaforma con a bordo alcuni tecnici della Gazprom.

Gli attivisti a bordo di un gommone

La Gazprom e i suoi partner energetici di tutto il mondo (tra cui la nostra Eni) non potrebbero mai essere in grado di gestire un disastro ambientale di carattere globale che, viste le estreme condizioni dell’Artico, potrebbe facilmente verificarsi. Insieme alla Gazprom si affacciano sull’Artico anche molte altre compagnie degli idrocarburi di tutto il mondo, tra cui il Numero 2 dell’oro nero in Russia Rosneft che, sotto il quasi diretto controllo del primo ministro Medvedev, scandaglia il sito per le prime perforazioni.

L’estrazione dell’ormai obsoleto e sporco petrolio non può essere paragonato ai danni che si creerebbero in caso di incidente. Le soluzioni ci sono e sono l’unica strada per uscire dal collasso di una situazione energetica drammatica. Si può ancora fermare la sete di oro nero di queste grandi compagnie petrolifere. Per chi volesse fare la sua parte Greenpeace sta cercando di raggiungere l’obiettivo di oltre due milioni di sostenitori con la raccolta firme sul sito della campagna per l’Artico.(http://www.savethearctic.org/).

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