Pubblicato il: gio, ago 30th, 2012

Affari pericolosi: Unicredit nel mirino delle autorità Usa per sospette transizioni con l’Iran

di Alberto Bellotto

Sede centrale del Gruppo Unicredit

L’Unicredit è finita nel mirino della giustizia americana. A darne notizia è stato il Financial Times. Secondo alcune fonti del quotidiano britannico, gli Stati Uniti starebbero indagando su una serie di transazioni che il gruppo bancario avrebbe intrattenuto con l’Iran. Stando a quanto riportato, l’Unicredit avrebbe violato l’embargo finanziario in vigore dal 2011 intrattenendo relazioni finanziarie con la repubblica islamica. Per il quotidiano inglese la violazione sarebbe avvenuta nel 2011, anche se al momento non sono esclusi anche degli scambi nel primo semestre del 2012.

Pur non essendo un istituto americano l’Unicredit è stata posta sotto osservazione perché operante sul suolo statunitense. Tutte le organizzazioni che intrattengono relazioni finanziarie o economiche con gli Stati Uniti sono di fatto sottoposte alla legislazione americana. Attualmente l’indagine viene condotta non solo dal procuratore di New York, ma anche dal Dipartimento di Giustizia e dal Dipartimento del Tesoro. L’inchiesta coinvolgerebbe non tanto l’Unicredit, quanto una sua controllata, la HypoVereinsbank (nota oggi come Unicredit Bank AG) acquisita dall’istituto di credito italiano nel 2005.

Dal canto suo la banca non ha respinto le accuse. In un comunicato emesso lo scorso 25 agosto l’istituto ha confermato che la propria controllata collabora già da tempo con le autorità americane, impegnandosi anche in un controllo delle operazioni interne. Nello specifico la relazione finanziaria annuale stilata nel 2011 riporta che la HypoVereinsbank sta collaborando con le autorità americane per verificare il rispetto dell’embargo verso l’Iran e l’eventuale violazione delle norme contro il riciclaggio di fondi illegali.

Nel caso in cui venisse accertata una responsabilità del gruppo finanziario le autorità potrebbero multare la compagnia oppure sospendere il permesso di eseguire operazioni bancarie nel mercato americano.

Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad

L’inchiesta che ha coinvolto l’Unicredit non è un caso isolato. Nel 2010, ad esempio, la banca ABN Amro, all’epoca dei fatti sotto il controllo della Royal Bank of Scotland, patteggiò con il dipartimento di Giustizia americano una multa di 500mln di dollari a causa di rapporti finanziari con Iran, Cuba e Libia. Recentemente la banca britannica Standard Chartered, anch’essa collegata alla Royal Bank of Scotland, ha pagato al Dipartimento del Tesoro Usa una multa di 340mln di dollari per presunte violazioni all’embargo contro l’Iran. Il New York Times ha riportato, non meno di due settimane fa, che le autorità avrebbero aperto un fascicolo anche contro la Deutsche Bank. Secondo le fonti del quotidiano americano, le transizioni finanziarie a favore degli istituti iraniani sarebbero avvenute tra il 2007 e il 2008. La banca tedesca però, ha voluto specificare che le operazioni con “paesi come Iran, Siria e Corea del Nord” sono state interrotte fin dai primi mesi del 2007.

L’embargo finanziario, in vigore dall’inizio del 2011, fa parte del pacchetto di sanzioni che gli Usa e l’Europa hanno attuato negli ultimi anni contro la repubblica islamica. Alla base delle decisioni occidentali c’è la scelta del governo di Tehran di proseguire il programma nucleare e la minaccia di chiusura dello stretto di Hormuz, punto chiave del commercio mondiale del petrolio. L’effetto delle restrizioni non si è fatto attendere causando una perdita di valore della moneta iraniana, il ryal, che a sua volta ha provocato una contrazione dei consumi e degli investimenti. Per questo motivo il governo centrale è corso ai ripari cercando investimenti in tutto il mondo e nonostante la cortina imposta dai governi occidentali è riuscito a trovare più di qualcuno disposto a fare affari con l’Iran.

  • alf

    come mai la stessa cosa non vale per noi? ad esempio la vicenda del carbonsulcis, dove ,se non sbaglio, la società americana è libera di lasciare a casa migliaia di lavoratori. per non parlare poi delle vicende legate alle varie attività ” militari” nel nostro paese ( vedi la funivia del cermis , ustica, italicus e varie altre stragi compresa la morte “sospetta ” di Mattei ). non sarebbe ora di affrancarci dagli Usa? sia politicamente che economicamente? o qua in Italia è sempre di moda LAMERICA? ciao e complimenti per il vs giornale

    • http://twitter.com/AlbertoBellotto Alberto Bellotto (@AlbertoBellotto)

      Credo che il suo dubbio sia legittimo
      Prima di rispondere c’è un piccolo appunto che vorrei fare. L’Unicredit, che consideriamo italiana, è in realtà una multinazionale.
      Per completezza vorrei citare un altro caso eclatante che ha visto la giustizia americana interessarsi di un azienda non statunitense, la anglo-olandese Shell. La compagnia venne processata per violazione dei diritti umani in Nigeria e per l’omicidio dello scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa nel 2009. Il processo si concluse con il patteggiamento dell’azienda e il pagamento di un risarcimento molto saltato, un po’ come le sanzioni all’olandese ABN Amro e alla britannica Standard Chartered. 
Per quanto riguarda i casi da lei citati io farei una distinzione, da un parte i fatti mai accertati davvero (almeno nelle versioni ufficiali, come il caso Mattei e Ustica); dall’altro i fatti di pubblico dominio come la tragedia del cermis e la vicenda del carbonsulcis. In questi ultimi due casi dobbiamo chiamare in causa lo Stato italiano. Per quanto riguarda la carbonsulcis al momento, che io sappia, non esiste alcune legge che impedisca la chiusura di un impianto (con questo non voglio dire che sono a favore della chiusura). Vale sia per gli americani che per gli italiani (vedi l’impianto Fiat di Termini Imerese). Per quanto riguarda il cermis ci addentriamo in un terreno complicato che riguarda gli accordi firmati tra il governo di Roma e quello di Washington a proposito dei militari. E’ mia opinione che quegli accordi siano fortemente sbilanciati a favore degli Usa. Probabilmente sarebbe più corretto riequilibrare le valutazioni imponendo agli americani la giustizia italiana quando operano in territorio italiano. Credo che questo sbilanciamento sia frutto di un certo servilismo che ha condizionato l’Italia dal dopoguerra ad oggi.
      Per quello che riguarda l’affrancamento da loro mi trovo meno d’accordo. Credo sia più corretto lavorare su una ricalibratura degli accordi che riconsegni alle autorità italiane un maggiore potere

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