Affari pericolosi: Unicredit nel mirino delle autorità Usa per sospette transizioni con l’Iran
di Alberto Bellotto
L’Unicredit è finita nel mirino della giustizia americana. A darne notizia è stato il Financial Times. Secondo alcune fonti del quotidiano britannico, gli Stati Uniti starebbero indagando su una serie di transazioni che il gruppo bancario avrebbe intrattenuto con l’Iran. Stando a quanto riportato, l’Unicredit avrebbe violato l’embargo finanziario in vigore dal 2011 intrattenendo relazioni finanziarie con la repubblica islamica. Per il quotidiano inglese la violazione sarebbe avvenuta nel 2011, anche se al momento non sono esclusi anche degli scambi nel primo semestre del 2012.
Pur non essendo un istituto americano l’Unicredit è stata posta sotto osservazione perché operante sul suolo statunitense. Tutte le organizzazioni che intrattengono relazioni finanziarie o economiche con gli Stati Uniti sono di fatto sottoposte alla legislazione americana. Attualmente l’indagine viene condotta non solo dal procuratore di New York, ma anche dal Dipartimento di Giustizia e dal Dipartimento del Tesoro. L’inchiesta coinvolgerebbe non tanto l’Unicredit, quanto una sua controllata, la HypoVereinsbank (nota oggi come Unicredit Bank AG) acquisita dall’istituto di credito italiano nel 2005.
Dal canto suo la banca non ha respinto le accuse. In un comunicato emesso lo scorso 25 agosto l’istituto ha confermato che la propria controllata collabora già da tempo con le autorità americane, impegnandosi anche in un controllo delle operazioni interne. Nello specifico la relazione finanziaria annuale stilata nel 2011 riporta che la HypoVereinsbank sta collaborando con le autorità americane per verificare il rispetto dell’embargo verso l’Iran e l’eventuale violazione delle norme contro il riciclaggio di fondi illegali.
Nel caso in cui venisse accertata una responsabilità del gruppo finanziario le autorità potrebbero multare la compagnia oppure sospendere il permesso di eseguire operazioni bancarie nel mercato americano.
L’inchiesta che ha coinvolto l’Unicredit non è un caso isolato. Nel 2010, ad esempio, la banca ABN Amro, all’epoca dei fatti sotto il controllo della Royal Bank of Scotland, patteggiò con il dipartimento di Giustizia americano una multa di 500mln di dollari a causa di rapporti finanziari con Iran, Cuba e Libia. Recentemente la banca britannica Standard Chartered, anch’essa collegata alla Royal Bank of Scotland, ha pagato al Dipartimento del Tesoro Usa una multa di 340mln di dollari per presunte violazioni all’embargo contro l’Iran. Il New York Times ha riportato, non meno di due settimane fa, che le autorità avrebbero aperto un fascicolo anche contro la Deutsche Bank. Secondo le fonti del quotidiano americano, le transizioni finanziarie a favore degli istituti iraniani sarebbero avvenute tra il 2007 e il 2008. La banca tedesca però, ha voluto specificare che le operazioni con “paesi come Iran, Siria e Corea del Nord” sono state interrotte fin dai primi mesi del 2007.
L’embargo finanziario, in vigore dall’inizio del 2011, fa parte del pacchetto di sanzioni che gli Usa e l’Europa hanno attuato negli ultimi anni contro la repubblica islamica. Alla base delle decisioni occidentali c’è la scelta del governo di Tehran di proseguire il programma nucleare e la minaccia di chiusura dello stretto di Hormuz, punto chiave del commercio mondiale del petrolio. L’effetto delle restrizioni non si è fatto attendere causando una perdita di valore della moneta iraniana, il ryal, che a sua volta ha provocato una contrazione dei consumi e degli investimenti. Per questo motivo il governo centrale è corso ai ripari cercando investimenti in tutto il mondo e nonostante la cortina imposta dai governi occidentali è riuscito a trovare più di qualcuno disposto a fare affari con l’Iran.













