Fecondazione in vitro: normativa italiana bocciata da Corte dei diritti dell’uomo “incoerente” e irrispettosa della vita privata
di Anna Chiara Sardella
“Il sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto degli embrioni è incoerente” lo rileva la Corte dei diritti dell’uomo a Strasburgo dopo aver già accolto il ricorso presentato un anno fa da una coppia esclusa dall’attuale normativa italiana vigente. Incoerente per contrasto con la legge italiana che sancisce il diritto all’aborto, la 194/78.
Portatori sani di fibrosi cistica, Walter Pavan e Rosetta Costa, vogliono ricorrere alla fertilizzazione in vitro per essere in grado poi di effettuare uno screening embrionale nel caso venga trasmessa la patologia al nascituro.
Ma la coppia è stata esclusa da questo diritto, e cioè quella di poter evitare la trasmissione della fibrosi cistica al proprio figlio, perché la legge 40 riserva questo diritto solo alle coppie sterili e a coloro che soffrono di una malattia sessualmente trasmissibile, come nel caso dell’hiv o l’epatite c ma non in caso di malattie genetiche.
A questa coppia quindi, sostiene la Corte nel comunicato, come tante altre, è stato negato il diritto a non essere discriminati di fronte alla legge rispetto ad altri soggetti, diritto difeso dagli articoli 8 e 14 della convenzione europea dei diritti dell’uomo. Inoltre pervade la vita privata e famigliare
I coniugi, dopo aver avuto già una bambina affetta dalla malattia, a una nuova gravidanza nel 2010 avevano effettuato lo screening prenatale al feto scoprendo che il bambino era affetto da fibrosi cistica. Così la gravidanza venne interrotta, come permette la legge 40.
Ma la legge è carente su altri punti che sono in discussione già da tempo tra comunità scientifica, religione e politica come l’utilizzo degli embrioni per la ricerca medica.
La Corte si sofferma solo sul diritto e al rispetto della vita privata sancito dall’articolo 8 della convenzione. Quando venne accolto il ricorso sempre la Corte volle sottolineare il grande divario tra Italia e altri 15 paesi europei in cui è possibile ricorrere alla fertilizzazione in vitro: Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito.
La sentenza ora obbliga l’Italia a un cambiamento e a conformarsi con il resto dei paesi cambiando la legge a meno che entro tre mesi non presenti ricorso: ma in questi tre mesi la coppia in caso di un altro rifiuto a effettuare lo screening prenatale potrebbe ricorrere al giudice che giudicherebbe in base alla sentenza della Corte di Strasburgo oppure sentire la Corte costituzionale.













