Pubblicato il: lun, Ago 27th, 2012

Nel Kurdistan siriano: il Pyd tra il governo, l’opposizione e il vicino turco

 di Alessandro Pagano Dritto

Se gli uomini non girassero armati e non si fermassero ai posti di blocco prima di entrare, la reporter Sara Hussein potrebbe parlare di ‘Afrin come di un tranquilla città curda della Siria settentrionale dove per le strade si parla curdo, a scuola si insegna cultura curda e chi vuole può leggere libri scritti in curdo.

Come ‘Afrin, altre città: il 10 agosto sono arrivate notizie di manifestazioni curde nella vicina al-Muhammadiyah, con la presenza di elementi dell’Esercito libero siriano (FSA), ma anche a al-Qamishli al-Malikiyah, al-Hasakah.

“La rivoluzione siriana completa la nostra lotta per i nostri legittimi diritti – dice un testimone – ma anche se l’insurrezione si fermasse la nostra rivoluzione continuerà”.

Spuntano ritratti di Abdullah Ocalan, fondatore del PKK, e nel nuovo centro culturale quelli del poeta curdo Ehmede Xani. Anche se, osserva la giornalista, nessuno ha ancora distrutto quelli di Bashar al-Assad.

“Ad Afran”, spiega un altro testimone, “i militari dello FSA entrano anche loro disarmati, perché qui le uniche armi permesse sono quelle del PYD, fornite dal PKK”.

Il PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) sono due entità politiche collegate tra di loro: il primo è siriano, il secondo turco. La Turchia considera il PKK un’organizzazione terroristica. Da anni le due organizzazioni sono in stretto contato tra di loro: i verbali degli interrogatori registrati dai funzionari di Damasco raccontano di funzionari turchi attivi in Siria e in Iraq.

Dall’ottobre del 1998, quando col trattato di Adana il governo siriano cessò di finanziare il PKK e distese i suoi rapporti con la Turchia, il PYD ha subìto una dura repressione che rientrava in un programma più ampio di smantellamento della cultura curda: vietato leggere e vietato parlare in curdo. Persino le insegne in lingua curda non dovevano più comparire nei negozi.

Curdi siriani armati nella città di Jinderes, vicino a Aleppo, 22 luglio 2012

Ma lo scoppio della rivoluzione nel 2011 e il ritiro politico e militare del governo dalle zone curde ha permesso a una serie di partiti su base etnica, compreso il PYD, di organizzarsi nel Consiglio Nazionale Curdo (KNC). Da subito questi hanno dovuto affrontare importanti problemi.

Innanzi tutto un problema specifico, contestuale: con la rivoluzione o col governo? Alcuni analisti – in Italia Lorenzo Trombetta, articolo del  27 luglio 2012 su Limesonline – hanno supposto che la ritirata delle truppe governative dalle zone curde lungo il confine con la Turchia sia stata in realtà una ritirata strategica: avrebbe permesso di risparmiare forze utili altrove e lasciare comunque un presidio militare preoccupante per Ankara. L’11 luglio infatti a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, è stata decisa la spartizione del Kurdistan siriano tra le forze dei partiti. Nella pratica però la maggioranza dei presidi sono del PYD, che oltre alla difesa armata ha abbozzato una forma di assistenza sociale: e questo potrebbe renderlo alla fine il partito più popolare. Il fatto che tra governo turco e PYD ci sia odio reciproco non mette automaticamente quest’ultimo dalla parte di Damasco, visti i precedenti del 1998 e la repressione attuata dal governo.

Alcuni partiti curdi accusano il PYD di non chiedere la caduta di Assad. È un’accusa vera, ma solo in parte. Come il presidente del partito Muhammad Salih Muslim ha spiegato in un’intervista resa al sito Kurdwatch nell’ottobre 2011, la caduta dell’attuale governo non garantirebbe automaticamente il riconoscimento e l’autonomia dei Curdi: “Il nostro obiettivo è creare una nuova società curda, una persona libera, una persona che possa volere e pensare liberamente. La nostra soluzione è l’autonomia democratica. […] È un fatto che riguarda la cultura, le istituzioni, la struttura, l’organizzazione, i paesi e le città”.

Aree a maggioranza curda in Siria.

Ben venga la fine dell’era repressiva di Assad, dunque, ma questo da solo non garantisce nulla per i Curdi. In fondo, come dice un curdo alla giornalista Sara Hussein, “ogni Stato è una forma di oppressione”.

Per questo molte delle attività del partito riguardano da anni la formazione culturale, e non solo politica, del suo elettorato e dei suoi possibili militanti: il nuovo centro culturale visitato da Sara Hussein ne è un esempio pratico.

L’altra questione riguarda i rapporti tra il PYD e il Consiglio Nazionale Siriano (SNC), principale punto di riferimento dell’opposizione a Bashar al-Assad che contiene tra gli altri alcuni partiti curdi. Nato il 2 ottobre 2011 a Istanbul, Turchia, il SNC è accusato di essere in rapporti più che amichevoli col governo di Ankara, che certo non permetterebbe a uno Stato curdo di nascere lungo i suoi confini. Ecco perché il PYD ha rifiutato di farne parte. Oltretutto, dicono i suoi detrattori, l’egemonia implicita del SNC è in mano ai Fratelli Musulmani che pretenderebbero di risolvere la questione curda all’interno di quella musulmana: ovvero di non risolverla affatto.

Scontate le smentite di qualsiasi dipendenza esterna o egemonia interna, il SNC presentava il 31 marzo scorso questa risoluzione: all’interno di una Siria “democratica, civile e pluralista” (art. 3), il Consiglio sanciva “il riconoscimento costituzionale dell’identità nazionale della popolazione curda e considera la questione curda parte integrante del discorso nazionale e il riconoscimento dei diritti nazionali della popolazione curda interno alla struttura dell’unità del territorio e della popolazione di Siria” (art. 1). Niente autonomia e niente nuova società curda, dunque, anche perché questo significherebbe una mutilazione del territorio siriano, tanto durante quanto dopo l’era di Assad.

Estensione del “Grande Kurdistan”: le aree di etnia curda attraversano Turchia, Siria, Iraq e Iran

È probabile dunque che, cambiati i volti nei luoghi del potere di Damasco, il Kurdistan siriano si ritrovi con un partito armato molto rappresentativo e per niente intenzionato a accettare la risoluzione del Consiglio d’opposizione. Per ora tanto il governo siriano quanto quello turco sembrano poter sfruttare a loro vantaggio la presenza militare del PYD lungo il confine comune. Ma qualora il fragile equilibrio venisse meno, vecchi attriti torneranno sicuramente in primo piano. E allora la situazione ad ‘Afrin e dintorni potrebbe farsi davvero molto calda.