Pubblicato il: lun, ago 27th, 2012

I diamanti di sangue vengono puliti


di Nicole Colombi

I diamanti finiscono incastonati nel metallo più prezioso di tutti fino a formare dei gioielli che sanno di magico. E ogni donna li ammira attraverso le vetrine delle gioiellerie, scintillanti e bellissimi,  e sogna il momento in cui un oggetto simile verrà infilato al suo anulare sinistro. Ma poche sono le donne che riflettono sulla strada percorsa da quell’oggetto incantato prima di arrivare nel negozio più luccicante di tutti. Poche sono le donne che cercano di immaginare quanta sofferenza sia stata provocata da quel gioiello prodigioso: quanti uomini e donne siano stati mutilati e quanti bambini drogati e costretti a imbracciare fucili pesanti quanto loro perché il diamante grezzo potesse diventare un solitario.

Molte coscienze sono state smosse grazie al film di Edward Swick “Blood diamond”, interpretato da uno strabiliante Leonardo di Caprio e alcuni passi avanti sono stati fatti grazie al lavoro di denuncia di organizzazioni internazionali, come Amnesty International e Global Witness. E’ stato istituito un sistema di controlli per bloccare il mercato nero di diamanti provenienti da paesi colpiti da guerre civili ed sono stati resi obbligatori due certificati Kimberly (dal nome della città sudafricana in cui i paesi produttori di damanti si incontrarono per attuare un sistema di controllo) perché un diamante possa finire sul mercato.

Il Kimberly Process Certification Scheme nasce quindi dalla collaborazione internazionale tra governi e produttori di diamanti e con l’approvazione dell’Onu. Anche questo processo di controllo però è soggetto a critiche: c’è chi sostiene che il fatto che qualunque paese possa diventare membro del Kimberly Process facendone richiesta lo renda, in parte, fallimentare e permetta ancora la circolazione di diamanti insanguinati.

Nonostante le falle, però, i progressi sono evidenti: Angola, Namibia, Sudafrica e Botswana sono in fase di crescita grazie ai “diamanti puliti” e la Sierra Leone, un paese lacerato da quasi un decennio di guerra civile è in pace del 2003 e i responsabili degli orrori di queste guerre alimentate dalla volontà di arricchirsi grazie alla materia prima più preziosa del mondo stanno cominciando a venire a galla e a pagare i propri debiti con la giustizia. Primo fra tutti l’ex presidente liberiano, Charles Taylor che il mese scorso è stato giudicato colpevole dal Tribunale speciale delle Nazioni Unite per favoreggiamento e sostegno ai crimini di guerra commessi in Sierra Leone dal 1991 al 2002, nella guerra civile costata al paese più di 50mila tra morti e dispersi. La sentenza sarà depositata il 30 maggio.

I segni delle guerre che hanno devastato molti paesi dell’Africa sono ancora visibili, ancora molti uomini e donne vivono mutilati e molte persone hanno perso i propri cari, ma il percorso di legalità nato nell’ultimo decennio pare stia lavando questi diamanti, che progressivamente potrebbero divenire puliti e saranno una risorsa per la terra dalla quale vengono estratti.

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