Myanmar, finisce la censura mediatica ma non le violenze etniche
di Leonardo Sartori
Il Myanmar si trova in un momento di transizione iniziato nel 2011 ma ancora work in progress, di cui la liberazione di Aung San Suu Kyi ne è l’emblema. Per la prima volta dopo il 1962, il governo civile-militare ha infatti permesso elezioni libere per alcuni seggi del parlamento, ha allentato le briglie sul diritto alla protesta e ha appunto liberato dissidenti politici. La grande ultima novità è quella entrata in vigore lunedì 20 agosto, ovvero la revoca della censura su tutte le pubblicazioni locali, un’ottima notizia in un paese che si colloca al 169 posto della graduatoria pubblicata da Reporters sans Friontières relativa alla libertà di stampa.
Tuttavia, Naypyidaw non si è liberato dei suoi grandi poteri sui media birmani, sui quale può comunque influire attraverso leggi speciali; infatti la riforma ha cancellato il controllo previo alla pubblicazione con effetto immediato. Ciò nonostante la sfera mediatica soffre grandi problemi ormai radicati nel sistema, tra cui l’autocensura, nonché l’esistenza di leggi di interpretazione arbitraria. Una di queste è quella relativa alla sicurezza nazionale, principio abusato dal governo centrale, come avvenuto poche settimane fa nei confronti di un paio di settimanali del paese.
Un’altra questione discutibile è l’impossibilità di dirigere un quotidiano privatamente, lasciando quindi il monopolio allo stato, che esercita il ruolo di controllore.
Inoltre, i giornalisti possono cadere vittime dirette di leggi connesse alla sicurezza nazionale e simili che comportano fino a 15 anni di reclusione, causando quindi il diffuso fenomeno di autocensura per evitare il controllo e quindi il castigo a posteriori.
Il proprietario del settimanale The Yangon Times, U Ko Ko, sottolinea l’importanza di questo passo verso la libertà mediatica nell’ex-Birmania. Ciò nonostante mette anche in evidenza i grandi limiti a cui devono attenersi per non correre rischi, limiti che coincidono con autocensura e che si evolvono in tabù. Tra questi fanno ovviamente parte le questioni militari, la corruzione ma anche i conflitti etnici che distruggono il paese dall’interno.
Sono forti infatti le tensioni esistenti tra buddisti e musulmani, i Rohingyas. Questi ultimi, originari del Bangladesh risultano essere perseguitati dai buddisti locali, una persecuzione che va avanti dal 1982, e che ha causato un vero e proprio esodo verso il Bangladesh. Il governo birmano ha da sempre negato il diritto alla cittadinanza e la libertà di spostamento ai Rohingyas. Human Rights Watch denuncia in un report di 56 pagine “The Government Could Have Stopped This’: Sectarian Violence and Ensuing Abuses in Burma’s Arakan State” le violenze commesse dalle autorità dopo aver fallito nella missione di mantenere l’ordine nella parte occidentale del paese lo scorso giugno. Violenze tra cui omicidi, stupri e arresti di massa. Il presidente Thein Sein sembra considerare la possibilità dell’espulsione totale dei Rohyngyas per portare a termine le violenze, mentre l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI) ha deciso a La Mecca di portare la questione davanti all’Assemblea Generale dell’ONU.
E’ quindi ambigua la situazione del Myanmar: da un lato il Financial Times considera il paese una potenziale “rising star” economica nella zona; dall’altra il Wall Street Journal denuncia la farsa dell’apertura democratica del governo centrale, che mantiene in prigione vari dissidenti politici ma concede l’entrata dell’opposizione in parlamento. E infine le violenze inter-religiose che rimangono celate dal monopolio centrale, ma che causano centinaia di vittime.













