Pubblicato il: mar, ago 21st, 2012

Andarsene o lottare: Mentana e Don Luigi Merola, critiche alla patologia sociale

di Ilaria Caridi

Enrico Mentana, direttore del tg La7, devolverà quanto ricevuto dall’articolo scritto su Vanity Fair al figlio di Angelo Di Carlo

Mentana non ci sta e accusa: “Il giorno dopo la morte di Angelo Di Carlo i maggiori quotidiani italiani, il Corriere e la Repubblica, hanno dedicato alla notizia solo brevi trafiletti, relegati a pagina 18 e 19. Ma quel che impressiona è che entrambi hanno scelto usare nel titolo la stessa locuzione pietosa, “Non ce l’ha fatta”. Invece purtroppo Di Carlo ce l’ha fatta, perché si è dato fuoco nel pieno della notte nella piazza deserta davanti a Montecitorio, sapendo che nessuno l’avrebbe potuto salvare dalle fiamme, e lasciando una lettera d’addio al figlio, insieme a tutto quel che aveva, 160 euro.”

E’ morto dopo una settimana di agonia Angelo Di Carlo che, vedovo con un figlio, lottava tutti i giorni contro la precarietà dei contratti a chiamata ma le poche righe dedicategli dai quotidiani rivelano che il suo messaggio di protesta non è passato, almeno dai giornali. Gesti eclatanti che sono sintomo di una patologia sociale. A sostegno di questa tesi si schiera anche il British Medical Journal che in una recentissima indagine rileva: ad un aumento del 10 % della disoccupazione si registra un aumento dell’1,4% del numero dei suicidi. Modo di protestare inopportuno, sicuramente, ma come biasimarli se televisioni e giornali si dilettano nell’ostentare immagini di sprechi di finanze pubbliche per scorte o autoblu mentre c’è chi, per pagare le tasse, fa la fame? «Siamo un paese ricco, ancora.» – scrive il giornalista di La7 – «Ma la ricchezza è come un cono di luce che illumina solo una parte sempre meno ampia della nostra società, mentre il buio ci impedisce di guardare davvero al resto.»

Angelo Di Carlo mentre si dà fuoco davanti a Montecitorio l’11 agosto scorso

Un altro a denunciare il malfunzionamento del sistema è Don Luigi Merola, dal 2004 sotto scorta per il suo coraggioso impegno contro la camorra. Il sacerdote, dopo aver trasformato l’ex residenza di un boss mafioso in un centro per allontanare i bambini dalla criminalità napoletana, riceve la stangata: un’imposta di ben 10mila euro perché il boss non pagava la tassa sui rifiuti. Il Don non l’ha pagata e con quei  soldi, invece, ci ha portato per due mesi i bambini al mare. Il sindaco De Magistris, racconta il Don, aveva promesso in campagna elettorale l’esenzione dalla tassa ma poi non si è più fatto trovare. «Si vede che il sindaco De Magistris ha altre priorità, forse più che salvare i bambini dai tentacoli della camorra pensa alla creazione di oasi per le lucciole napoletane».  Se non pagasse l’imposta il rischio è che l’etichetta di inadempiente potrebbe fargli perdere la struttura. Il Don non si dà per vinto, continua a lottare e infatti, dopo l’appello ai media, è riuscito, a parlare col sindaco che ha promesso ancora una volta un provvedimento.

Di fronte ad ingiustizie e ad appelli rivolti alle classi dirigente come quello di Merola a De Magistris o l’ultimo grido di protesta di fronte a Montecitorio con protagonista Di Carlo, tutti gli italiani devono fare i conti con un ultimatum: lottare o andarsene. Nel paese più tassato, nel paese dove solo 22,3 milioni di persone lavorano su una popolazione di 60,8 milioni, nel paese in cui l’azienda più potente si chiama Mafia e sempre nel paese in cui la classe politica ha fallito e la democrazia si è dispersa con l’arrivo dei tecnici forse è il tempo di auspicare, dopo una primavera araba, un autunno tutto italiano.

Don Luigi Merola, scortato dal 2004 per il suo impegno contro la camorra

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