Pubblicato il: sab, ago 18th, 2012

Co-determinazione e democrazia economica

di Davide Papetti

L’Ilva di Taranto

Settimana di ferragosto calda in tutta Italia: molti si sono recati al mare, alcuni in montagna, altri hanno invece scelto in maniera opinabile di sfruttare le fontane delle piazze cittadine. C’è anche, però chi in piazza si è riversato, nonostante le temperature, per protestare, per far sentire la propria voce e non lasciare che l’indifferenza di una Nazione in vacanza finisca con l’averla vinta. Ci si riferisce naturalmente a tutte quelle persone che a Taranto si trovano coinvolte, loro malgrado, in una vicenda preoccupante e al contempo di difficile risoluzione.

Non dev’essere facile, né tanto meno piacevole, doversi trovare di fronte alla scelta tra due componenti fondamentali della vita di ognuno: il lavoro e la salute. L’impianto siderurgico dell’Ilva è uno dei poli industriali più importanti d’Italia, eppure oggi si trova nel bel mezzo di una crisi che coinvolge dirigenti e lavoratori, chiamando in causa la politica e i sindacati, senza che riesca ad emergere una linea comune da percorrere. L’impatto ambientale dell’azienda è devastante, negli anni ha provocato danni irreparabili alle aree circostanti, le sue continue emissioni nocive sono causa di tumori ereditati sin dalla nascita. Di fronte a questo scempio ogni mossa da parte del governo attuale non può che giungere evidenziando il colpevole ritardo della politica, e come se non bastasse a complicare la vicenda vi è lo scontro istituzionale con la magistratura: l’ordinanza del gip Todisco che prevede la chiusura dello stabilimento, dal punto di vista della tutela della salute, appare conseguente e inevitabile, tuttavia rimane aperta la questione se sia giusto lasciare a casa migliaia di persone che non hanno responsabilità circa la gestione scriteriata dell’impianto. Ecco allora che persino le sigle sindacali si dividono: c’è chi manifesta contro una simile decisione e chi come la Fiom decide di non protestare contro la magistratura.

Nel frattempo per la giornata di venerdì è previsto l’arrivo a Taranto dei ministri dello Sviluppo economico Corrado Passera e dell’Ambiente Corrado Clini, e per l’occasione è stato disposto dal questore Enzo Mangini il divieto di manifestare nei pressi della prefettura e “relative adiacenze”. Così mentre qualcuno si domanda come mai nella delegazione di ministri non vi sia anche il rappresentante del ministero della Salute, viene da pensare che il caso dell’Ilva non sia poi forse tanto isolato, ma piuttosto costituisca la punta dell’iceberg di un sistema industriale che su scala nazionale non ha mai attivato una programmazione in linea con i principi di un’economia ecosostenibile. Ancora più evidente è poi lo scollamento che sussiste tra i lavoratori dipendenti, costretti a subire negli anni le scelte di dirigenti orientati pressoché esclusivamente dall’instancabile logica del profitto, e i quadri di comando delle aziende dove lavorano: il sistema padronale delle industrie non è l’unico possibile. In Europa il modello alternativo a questo esiste, e funziona anche piuttosto bene.

Angela Merkel

Nella Germania della cancelliera Merkel, infatti, una vicenda come quella dell’Ilva sarebbe non solo impossibile, ma persino impensabile. Questo perché diversa è per gli operai tedeschi la possibilità di partecipare alle scelte decisive che riguardano l’azienda dove lavorano, sia per quanto riguarda gli iscritti a una sigla sindacale, sia per quanto concerne quelli che non aderiscono ad alcun sindacato. Alla base del sistema di produzione industriale che meglio sta rispondendo alla crisi in Europa, vige dal 1951 una forma di governance definita dalla parola Mitbestimmung, vale a dire co-determinazione, la quale sottende all’idea fondamentale di democrazia economica. Non vi è alcuna partecipazione degli operai agli utili delle aziende, ma esiste tuttavia un’efficace sistema di rappresentanza all’interno del Consiglio di Sorveglianza, l’organo decisionale ove si discutono le strategie di mercato, all’interno del quale i lavoratori possono eleggere i propri rappresentanti e co-determinare in questo modo il futuro e le condizioni della propria attività lavorativa.

Ciò che preme rilevare non è tanto l’urgenza di copiare un simile modello, cosa che incontrerebbe inevitabilmente oltre a resistenze ideologiche anche concrete difficoltà applicative, quanto piuttosto la necessità di ridiscutere l’idea verticistica che vige incontrastata nel nostro Paese. Non è per nulla dimostrato, infatti, che l’esclusione programmatica di tutti i lavoratori dipendenti dalle decisioni fondamentali riguardanti la produzione industriale e le relative responsabilità, sia il sistema più efficace e funzionale per mandare avanti l’economia nazionale. Al contrario appare sensato ritenere che una maggiore collaborazione, un dialogo meno esasperato ideologicamente e più aperto tra dirigenti e operai, insomma l’apertura alla possibilità di co-determinare le scelte aziendali anche da parte dei lavoratori dipendenti, costituisca una valida alternativa, la quale presenta se non altro l’indubbio vantaggio di evitare sul nascere le contraddizioni e i laceranti contrasti che caratterizzano la vicenda del’Ilva di Taranto. Prendere in considerazione il sistema economico tedesco esclusivamente per rilevarne la solidità e l’alto tasso di produttività, senza sondarne i fondamenti, rischia altrimenti di diventare uno sterile gioco autolesionistico; nessuno poi si lamenti se invece di Volkswagen ci si deve accontentare delle delocalizzazioni spregiudicate di Fiat e del modello Marchionne.

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