Usa, i casi del grilletto facile
di Francesco Pirillo
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Lavoisier, chimico e biologo francese, è riuscito a convincere la mente umana che il cambiamento è alla portata di tutti e che credere in un possibile mutamento sia più facile che cedere al mero disfattismo. Negli Stati Uniti d’America risulta essere un passo ancora troppo difficile da compiere, per quel che riguarda l’utilizzo, il possesso e la compravendita delle armi. Pistole d’ogni genere, fucili, mitragliette semiautomatiche, addirittura lanciarazzi campeggiano nelle vetrine degli “Shop Guns” e negli scaffali multimediali dei venditori on line. Anche le “prop arms”, le armi a salve, riscuotono un discreto successo nelle vendite.
Il diritto a possedere e portare armi, secondo emendamento della Costituzione, ha causato nelle ultime tre settimane tre stragi e la mentalità non sembra poter cambiare. Lunedì, Thomas Caffall, ha ucciso, al College Station nell’A&M University del Texas due uomini, ferito tre agenti e ridotto in fin di vita una donna che passava nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’uomo, 35 anni e affetto da alcuni disturbi psichici, ricevuto l’ordine di sfratto ha perso completamente il controllo ed ha cominciato a sparare all’impazzata. Il titolare dell’abitazione, Brian Bachmann, è stata la sua prima vittima, mentre Chris Northcliff è stato raggiunto da numerosi colpi mentre era nei pressi dell’abitazione.
“Thomas – spiega il suo patrigno – era assoluamente fuori di testa, depresso, parlava spesso di armi e giocava così tanto ai videogames che ormai viveva in un mondo tutto suo”. Abbattuto dai poliziotti durante lo scontro a fuoco, anch’egli è annoverato tra i killer americani con un vero e proprio armamentario in casa. Kalashnikov e semiautomatiche arredavano i suoi scaffali e tutto questo senza alcuna possibilità di controllo da parte delle autorità.
Sempre in Texas, lo scorso 5 agosto, Wade Michael Page, ex marine e appartenente a gruppi neo-nazisti americani ha ucciso 6 persone all’interno di un tempio Sikh nel Wisconsin. Il 20 luglio scorso, ad Aurora in Colorado, il 25enne James Holmes ha ucciso 12 persone alla prima del film di “Batman” e nelle successive indagini all’interno della sua casa è stato trovato un arsenale di guerra. Il 16 aprile del 2007, nel campus del Virginia Tech Institute, Cho Seung-hui ha ucciso 32 persone per poi suicidarsi. Il 20 aprile del 1999, a Columbine nel Colorado, Eric Harris e Dylan Klebol entrarono nella loro “high school” e uccisero 13 persone prima di suicidarsi. Nel lontano 1927, a Bath Township nel Michigan, Andrew Keowe uccise 45 persone attraverso l’esplosione di tre ordigni nascosti nella Bath School. Stragi che hanno sconvolto l’opinione pubblica americana e internazionale, ma che non vedono la fine del tunnel e che rischiano di diventare giogo di imitazione per i posteri.
A premere facilmente il grilletto non sarebbero stati soltanto sedicenti psicolabili, ma anche le forze dell’ordine. Nella centralissima Time Square, a Manhattan, il 12 agosto scorso un afroamericano, Darrius Kennedy di 51 anni, è stato sorpreso a fumare erba per la strada e dopo essere stato invitato a consegnarsi ha estratto un coltello ed ha indietreggiato lentamente. Gli agenti della NYPD, dopo un breve inseguimento lo hanno ucciso. “La polizia ha agito nel modo opportuno” ha commentato il commissario Raymond Kelly al New York Times, riferendosi ai 12 colpi di arma da fuoco inferti a Darrius Kennedy.
Il diritto alla vita è universalmente riconosciuto, ma quando verrà realmente affermato nel Paese che fa della Libertà il proprio cavallo di battaglia?













