Pubblicato il: ven, ago 17th, 2012

Tra Inghilterra e Ecuador: di chi è il pallone?

di Genesio

Assange

Da bambini le regole del calcio erano soggette a varie e libere interpretazioni. Dipendendo dall’onestà intellettuale di chi portava la palla, o dalla sua stazza, i falli di mano e i rigori venivano concessi o abbonati con criteri assolutamente favorevoli al più forte. E se le cose non andavano come dovevano, la frase maledetta: “il pallone è mio, tu non giochi” o “se si fa così me ne torno a casa”. Chiaramente scattavano le trattative, e bene o male si continuava a giocare (tutti) magari con qualche piccola concessione innocente (il gol del portiere vale doppio).

Quello che sta succedendo tra il Regno Unito e l’Ecuador non è poi troppo diverso.

C’è un Paese che ha conquistato il mondo, in passato, e che ha dettato le regole del gioco. Tantissimi principi del diritto, privato, pubblico e internazionale, vengono dal Regno d’Inghilterra. Il primo abbozzo di costituzione, nel senso di regolamento che limiti il potere sovrano, viene riconosciuto nella Magna Charta. Lo stesso concetto di consuetudine internazionale non è altro che un ampliamento del principio fondativo della struttura legislativa inglese. C’è poi un altro Paese che ha vissuto gran parte della propria esistenza politica sotto forme più o meno esplicite di colonialismo, e che nello scacchiere internazionale conta zero. L’Inghilterra ha scritto un diritto internazionale che salvaguardasse la diplomazia, vera arte raffinata nei propri domini coloniali, e che proteggesse tutti allo stesso modo. Lo stesso concetto di Nazioni Unite vede gli Stati in posizione di parità.

Gli inglesi non sono più i padroni del mondo, ma sembrano esibire con fierezza quello che amano chiamare “un rapporto preferenziale” con gli attuali padroni.

La cronaca è già descritta bene in altri articoli(http://giornaleilreferendum.com/2012/08/16/assange-e-scontro-quito-londra-ecuador-concede-lasilo-gb-minaccia-assalto-alla-nostra-ambasciata/http://giornaleilreferendum.com/2012/07/27/baltasar-garzon-paladino-dei-diritti-umani-difendera-julian-assange-e-wikileaks/ )ma vale la pena di approfondire solo un paio di questioni essenziali: il concetto di sovranità nazionale applicato alle ambasciate e quello di salvacondotto. Il primo è piuttosto semplice, e dice che un’ambasciata è territorio statale del Paese cui è stata concessa l’aera. Perciò l’ambasciata ecuadoregna in Inghilterra è Ecuador. Questo da secoli, e quando nel 1979 fu attaccata l’ambasciata statunitense a Teheran si cercò di salvare gli ostaggi con la forza (tentativo che fallì, ma è un’altra storia). Il secondo è quello di salvacondotto, ed è una regola che esiste fin dal medioevo, un documento che permette di passare all’interno di un paese ostile senza essere arrestati.

Sul secondo il discorso è più complesso, in quanto l’Inghilterra è abbastanza libera di non concederlo, anche se nel galateo internazionale non sarebbe un atteggiamento modello. L’ambasciata è al primo piano di un edificio, non c’è un accesso diretto al garage, non c’è modo di arrivare all’aeroporto senza pestare terra inglese. Sul primo punto invece si è verificata una situazione piuttosto curiosa: Patiño, ministro degli esteri, ha  detto che un attacco all’ambasciata è un attacco all’Ecuador. Gli inglesi fanno invece notare che secondo una legge (inglese) del 1987 l’Inghilterra ha la possibilità, avvertendo educatamente con una settimana d’anticipo, di revocare l’immunità diplomatica a un’ambasciata e di fare irruzione per l’arresto. A parte la questione tecnica della permanenza della sovranità del paese ospite sul territorio spogliato d’immunità diplomatica, si pone un dilemma di potere. Le regole della diplomazia valgono per chi è più forte? Sarà interessante vedere come evolve la situazione.

L’ONU non dirà quasi niente a riguardo, e se l’Assemblea generale dirà qualcosa non farà sicuramente niente perché la Gran Bretagna è membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Si attende la rottura del silenzio assordante dei tre grandi interessati (Stati Uniti d’America, Brasile e Argentina). Quando lo romperanno, sarà interessante notare come le dichiarazioni saranno quasi identiche e le azioni no.

L’Ecuador ha accolto la richiesta d’asilo di Assange perché teme che dalla Svezia possa essere estradato negli USA, dove potrebbe essere sottoposto a un processo ingiusto e addirittura a tortura e pena di morte. La Svezia non ha smentito nulla.

Palla al centro.

Clicca per iscriverti alla newsletter di Giornale Il Referendum e ricevere notifiche di nuovi articoli per e-mail.