Pubblicato il: mer, ago 8th, 2012

Olimpiadi post-umane

di Davide Papetti

Oscar Pistorius

Siamo nell’anno delle Olimpiadi e in un certo senso, parlandone, ci si potrebbe occupare soltanto dei risultati straordinari di alcuni atleti, italiani e non, come ad esempio dell’ennesima riconferma nei 100 metri piani del fulmine umano Bolt, piuttosto che della squalifica per doping dell’atleta azzurro Alex Schwazer; eppure c’è anche qualcos’altro, per cui si ha l’impressione di assistere a un evento epocale che sottotraccia si sta svolgendo. C’è chi in proposito ha tirato in ballo il film Blade runner, certo è che qualcosa ai confini dell’immaginario sta accadendo: 2012 Odissea nello sport, l’umano a poco a poco naufraga nei mari ignoti della tecnica e il post-umano si affaccia ormai quale nuova realtà.

Circa quattro anni fa nel Gennaio del 2008, Oscar Pistorius si vedeva respingere la richiesta di partecipazione ai Giochi Olimpici per normodotati, con una sentenza stupefacente: un atleta privo di gambe sin dalla nascita e capace di correre attraverso l’uso di protesi meccaniche, è in grado di trarre vantaggio da questo mezzo tecnico rispetto a chi non le utilizzi. Vi furono polemiche, dibattiti e discussioni, alcune interessanti altre molto meno; la sostanza è che tutto cambiò pochi mesi dopo, quando una nuova sentenza del tribunale sportivo riabilitò l’atleta sudafricano che, tuttavia, non riuscì a ottenere tempi validi per la qualificazione alle gare di quell’anno. In questi giorni lo abbiamo visto finalmente correre in una competizione ufficiale tra le più importanti, ottenendo il risultato storico di qualificarsi per la semifinale dei 400 metri piani.

Poco importa ovviamente che non sia riuscito ad andare oltre, la sua presenza è stata sicuramente per lui, come per chiunque ami lo sport, una gioia immensa e bastante in se stessa. Quello di Pistorius non è in realtà né il primo, né tanto meno l’unico caso: esistono numerosi precedenti meno noti e tuttavia significativi, come l’atleta americana non vedente Murlan Runyan che a Sidney 2000 arrivò ottava nei 1500, oppure il ginnasta George Eyser che nel lontano 1904 fece incetta di medaglie (tre ori e un bronzo) gareggiando con una protesi in legno al posto di una gamba. La questione, tuttavia, è che Pistorius ci pone di fronte inaggirabili interrogativi circa il rapporto tra il nostro corpo, alcuni preferiscono parlare in modo più appropriato di carne, e i prodotti della tecnica con i quali entra in comunicazione. Quale statuto dare a un corpo che è anche composto di fibra di carbonio? È davvero equiparabile a un corpo in carne ed ossa, oppure è più appropriato parlare di una “nuova carne” che sta nascendo? Domande cui ora non è dato rispondere in forma definitiva, ma che sicuramente è giusto quantomeno provare a formulare. Il post-umano alle Olimpiadi certo, ma anche nella vita di tutti i giorni: come porsi, infatti, di fronte a certi interventi chirurgici che prevedono l’installazione perenne di protesi o congegni quali i peacemaker all’interno dei nostri corpi? Ha ancora senso considerare tutto ciò come un’intrusione nella sfera dell’umano da parte di qualcosa che vi è estraneo, in grado di produrre una nuova forma di umanità che, secondo alcuni, dovrebbe tuttavia continuare a somigliare alla precedente, mantenendola quale punto di riferimento imprescindibile? Forse sarebbe meglio iniziare ad accettare l’evidenza di quello scarto tecnico, implicito nella “nuova carne” del post-umano, che sembra non rispondere più alle logiche del pensiero fondato sul principio dell’identità e della somiglianza.

Vi è una differenza assoluta che ci attende alle porte di una nuova era, irriducibile a quanto visto finora e nei confronti della quale sarà necessario porsi senza preconcetti. In fin dei conti nessuno di noi può realmente sentirsi estraneo a quanto sta accadendo: oggetti d’uso comune, quali la televisione, i computer, l’automobile o i cellulari, non sono meno indicativi dei mutamenti che stanno avvenendo sul piano fisico, solo perché li percepiamo come a noi esterni. Pretendere che l’utilizzo di questi prodotti della tecnica sia ininfluente e non produca modificazioni nella vita dei nostri corpi, è un’evidente illusione di massa che perdura già da troppo tempo. Sarebbe d’altronde sbagliato e semplicistico, oltre che reazionario, opporre un banale e sprezzante giudizio di valore, riguardo all’evoluzione tecnico-scientifica e al relativo contagio nei confronti della sfera umana. Tutta una nuova etica, nello sport così come nel quotidiano, dovrà necessariamente trovare spazio: questa è la grande sfida che ci si trova ad affrontare, forse ancora del tutto impreparati, se si vuole tentare di essere all’altezza del nostro tempo.

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