Moonrise Kingdom: un esercizio di stile
di Giovanna Girardi
Chi scelga Wes Anderson può star certo di gustarsi un film, in qualche modo, sempre anticonvenzionale: la sobrietà, l’attenzione per ogni dettaglio, l’esaltazione del colore, una colonna sonora sempre ricca e curata, quella certa geometria che puntualmente caratterizzano scenografie e scelte compositive rivelano uno studio della forma che va ben oltre gli schemi, oggi, abituali. Uno studio a tal punto profondo da trasformarsi in un vero e proprio stile personale.
In effetti simili scelte descrittive sono inscritte nel tessuto del racconto, tanto che le trame non sembrano mai del tutto separabili dall’universo di contesto in cui sono calate. Spesso l’aspetto apparentemente accessorio è in realtà necessario per caratterizzare pienamente le figure di cui la struttura narrativa si compone. Per esempio ne I Tenenbaum, che nel 2001 ha consacrato il successo del regista statunitense, ogni personaggio, come una sorta di caricatura, una maschera, è definito da un’abitudine leggibile direttamente sulla sua esteriorità. Ognuno sfoggia perennemente un segno particolare che lo definisce.
Tale punto di vista non scompare in Moonrise Kingdom, dove anzi si può seguire la vicenda snodarsi, forse ancor più che tra i loro proprietari, attraverso una serie di oggetti caratterizzanti: mappe, registratore, binocolo, orecchini-scarafaggio, cappello da giovane marmotta e via dicendo. Già, svelati questi elementi, si comprende come una storia trita e ritrita quale la fuga di due giovani innamorati non sia qui trattata banalmente. Ancor più se si considera che i giovani innamorati sono in realtà giovanissimi, dei ragazzini, i quali, soli, sembrano manifestare una sincerità, una serietà e solennità eccessive ed estranee al mondo degli adulti, ormai scaduto e insoddisfatto. In ogni caso la successione di eventi si serve di uno schema classico, non fosse che i cattivi, l’aiutante, il pegno e così via, sono ripresi nell’ambientazione naturale del New England e dei campi scout, inseriti in un’atmosfera vagamente fantastica e molto anni ’60. Potrebbe dirsi forse un precoce libro per bambini o svelare lo sguardo spietato di un adulto che aprendone uno ne legge il non-detto, il retro più oscuro e pesante, trasponendo nella semplicità infantile dei contenuti decisamente più grevi.
Piacevole, gradevole senza dubbio, Moonrise Kingdom manca però di quella pregnanza di cui invece gode il resto della filmografia di Anderson, che da I Tenenbaum a Le avventure acquatiche di Steve Zissou a Il Treno per il Darjeeling guarda sempre con lo stesso tocco estetizzante a problematiche più profonde, come i rapporti tra fratelli distanti, gli amori nascosti e in parte incestuosi, il suicidio. Non riuscendo quindi a mordere i conflitti e i grovigli che una realtà molto pacata e apparentemente piatta può nascondere, quest’ultimo film, in concorso al Festival di Cannes, si limita ad essere un semplice esercizio di stile, che più che per se stesso, forse vale come invito a scoprire uno dei migliori giovani registi dei nostri anni.













