Laurea e sbocchi professionali? Lo scontro eterno tra le scienze e le facoltà umanistiche
Rispondono i giovani laureati all’Università degli studi di Verona
Di Serena Santoro
Qual è il corso triennale/specialistico o magistrale nel quale ti sei laureata/o?
Sara Salvagno: Corso di laurea in Lettere.
Emanuele Marcon: Mi sono laureato al corso triennale in Scienze della comunicazione: Editoria e Giornalismo.
Alessandro Lonardi: Scienze Informatiche, qua a Verona.
Perché ti sei iscritta/o a questo corso?
Sara: Perché volevo diventare un’insegnante di italiano e storia, anche se poi col tempo l’iter non solo si è allungato ma è anche divenuto più confusionario.
Emanuele: Perché in origine, al momento dell’iscrizione, mi interessava molto il campo comunicativo, specialmente nei suoi risvolti editoriali e aziendali.
Alessandro: L’informatica, tra le varie, è sempre stata la mia passione predominante, fin da piccolo. E quando c’è la passione di mezzo ci si impegna più volentieri.
Sei realizzata/o da questo ciclo di studi? Credi davvero che questo corso di laurea ti farà trovare concretamente un posto di lavoro, o ancora meglio un posto di lavoro che soddisfi le ambizioni iniziali di quando ti sei iscritta/o?
Sara: Ad ora non penso che mi possa aiutare a trovare un posto di lavoro, ecco perché mi iscriverò al corso di Scienze storiche e della memoria, di Trento. Tale corso infatti mi permetterà di avere l’abilitazione all’insegnamento, che considero la mia vocazione.
Emanuele: Non sono molto soddisfatto dalla sola laurea triennale che ho frequentato: l’idea è buona, ma va migliorata molto. Per questo motivo ho fatto un mandato come rappresentante degli studenti in facoltà, in cui ho cercato di apportare miglioramenti alla didattica attraverso il team di autovalutazione e creando iniziative rivolte agli studenti attraverso laboratori di comunicazione. Poi il desiderio personale rispetto allo studio è stato un grande trampolino di lancio.
Alessandro: Complessivamente mi sento realizzato. Sono convinto che un percorso di studi vada scelto primariamente in funzione della formazione mentale che si vuole raggiungere. Lo studio non t’arricchisce solamente di concetti e metodi: primariamente ti cambia la testa, il modo di pensare, parlare, analizzare problemi e trovare soluzioni.
In seconda fase, per necessità, occorre far conciliare il tutto col mondo del lavoro. Mondo che nel nostro contesto è accecato da problemi strettamente legati alla sopravvivenza (nel breve periodo, se non basta), che non si preoccupa, e forse non può permettersi di preoccuparsi, di capire in che modo la singolarità di ognuno di noi possa portare un contributo importante alla realtà aziendale, specialmente successivamente ad una prima fase d’adattamento.
Nel mio settore fortunatamente il lavoro non manca. C’è chi definisce l’informatico l’operaio del ventunesimo secolo, e non a torto: serve praticamente a chiunque, si pretendono bassi costi e che faccia funzionare le cose (più che farle bene). Questo è un profilo più corrispondente ad un perito informatico a mio modo di vedere, ma è la condizione di lavoro prevalente che si trova in Italia per chiunque si addentri nel nostro settore. In sintesi, il lavoro non manca, ma la qualità delle offerte non è soddisfacente.
Ora studi ancora, cosa?
Sara: Sto aspettando la risposta dell’Università di Trento, per la valutazione del mio curriculum universitario e dei miei crediti formativi.
Emanuele: Si, studio Marketing e comunicazione d’impresa, presso la facoltà di Economia.
Alessandro: Certamente. Attualmente sono in dirittura d’arrivo nel percorso magistrale, sotto la specializzazione in Sistemi Embedded.
Credi che l’Università sia efficiente nel sapersi porre come canale tra gli studi e le future opportunità lavorative? In caso contrario, cosa le critichi?
Sara: No, non lo credo. L’Università è disorganizzata, ha creato decine di corsi triennali che ufficialmente però, singolarmente, sono inefficaci. E’ stato a parer mio sciocco fare una triennale per poi obbligare la gente a fare altri 2 anni di Università. A quel punto era più sensato, almeno per Lettere, mantenere la quadriennale che permetteva di avere poi una foce lavorativa ben maggiore delle triennali attuali.
Emanuele: C’è ancora molto lavoro da fare: l’impegno dell’Università si vede, non c’è dubbio. Forse bisognerebbe curare meglio gli strumenti a disposizione e soprattutto fare in modo che gli studenti li conoscano. Molto spesso sono gli studenti stessi a non conoscere tutti gli strumenti che l’Università offre.
Alessandro: In rarissimi casi sì. Gli agganci con delle realtà lavorative significative ci sono, e l’appoggio di alcuni docenti favorisce l’inserimento in tali contesti, ma non si può dire che sia sempre così. Infatti, specialmente in ambito magistrale come stage e tesi ci sono proposte che ti permettono di contribuire nei lavori di ricerca interni dell’Università che, per quanto siano a tutti gli effetti dei ripieghi impegnativi, spesso e volentieri sono poco utili ai fini della preparazione al mondo del lavoro.
Secondo me, una critica va mossa anche alle aziende del nostro settore, per la loro mentalità di fruizione delle figure professionali, finalizzate alla produzione e alla rendita nell’immediato. E non è così che sono nati i colossi industriali moderni.
Attualmente lavori?
Sara: Ho cercato lavoro, ma purtroppo non sono ancora riuscita a trovarlo.
Emanuele: Saltuariamente, lavoro ad hoc aiutando un mio amico che possiede uno studio di grafica, per curare la parte strutturale dei siti web.
Alessandro: Praticamente nella mia intera carriera studentesca, compresi gli ultimi anni delle superiori, ho sempre mantenuto una forma di collaborazione con qualche azienda. Sempre lavoretti piccoli, per mettermi a confronto con delle realtà non eccessivamente impegnative, per mantenere quindi un contatto costante col panorama lavorativo senza inficiare negli studi.
Hai fatto o hai intenzione di frequentare stage? Credi che lo stage sia utile per immergersi nel mondo del lavoro o credi che lo stagista sia relegato unicamente a ruoli marginali? Lo stage è inutile?
Sara: Al momento non ho trovato possibilità di stage, ne feci uno in una clinica veterinaria in quarta liceo, ma io credo che sia comunque un’opportunità e ne coglierei al volo l’occasione se mi venisse offerto. Sì, perché anche se magari non mi assumessero alla fine avrò comunque accumulato esperienza lavorativa e ampliato le mie conoscenze; cosa fondamentale a parer mio è infatti anche la dimostrazione della propria voglia di fare.
Emanuele: Ho fatto uno stage in triennale, che è stata l’attività a scelta più utile e interessante di tutte: ho imparato molto, e mi avevano anche proposto di continuare a lavorare, ma ho deciso di completare prima gli studi. Farò sicuramente un altro stage; è già previsto nel mio piano di studi, ma lo farei anche se non fosse obbligatorio, perché credo che sia utilissimo per imparare nel concreto e calarsi nelle situazioni reali. Aiuta ad assumersi responsabilità e ad essere autonomi.
Alessandro: Ho fatto stage in azienda per la laurea triennale, ma le proposte che mi sono arrivate nel contesto magistrale non m’hanno convinto pienamente. L’intenzione da parte mia di svolgere gli stage c’è, dipende solo dalle proposte che devono essere esperienze di formazione reale.
Tuttavia per chi intende proseguire con una carriera in ambito accademico tutto risulta ribaltato: nelle graduatorie si è agevolati nell’aver svolto incarichi interni, ovvio quindi che gli stage in aziende esterne siano quasi controproducenti per questa casistica. Quindi anche l’utilità dello stage è relativa all’obiettivo che ci si pone.
Tre idee che come studente ti sentiresti di proporre al Rettore per migliorare l’interazione tra Università e lavoro.
Sara: Inserire tirocini in tutte le facoltà, per mettere in pratica ciò che si è studiato. Inserire anche materie pratiche e non solo teoriche. Fare incontri con persone che praticano nel quotidiano quel lavoro: ad esempio far fare testimonianza di un architetto ad architettura… e così via.
Emanuele: Pubblicizzare di più l’ufficio stage, renderlo più attraente, coinvolgere realtà locali che possano motivare lo studente.
Alessandro: Per il mio settore il problema principale è la mancanza di una coscienza in ambito aziendale di cosa veramente offre la figura di un laureato: elasticità mentale, capacità d’apprendimento e d’analisi astratta. Le aziende invece pretendono capacità realizzativa immediata, con una preconoscenza impossibile da acquisire col regime di studi a cui siamo sottoposti. Occorrerebbe intervenire principalmente su questo aspetto a mio avviso.
Inoltre ho notato nei miei anni trascorsi troppa varianza nella qualità d’insegnamento tra svariati docenti subentrati per i medesimi corsi. E anche la non omogeneità delle valutazioni tra questi contribuiscono a rendere l’Università un esamificio, più che un luogo finalizzato all’apprendimento ed al perfezionamento personale/professionale.
Infine, permettetemi uno sfogo verso la burocrazia del nostro Ateneo! Già è complicato pianificare e portare a termine i nostri impegni, se poi subentrano problemi di natura organizzativa di per certo non siamo aiutati. Spesso e volentieri si pretende pure una preveggenza degli eventi. E in molti casi gli avvisi importanti sono stati ricevuti prima (o solo) per passaparola.
Durante il tuo periodo di studi, il tuo orientamento verso i vari tipi di lavoro si è modificato? Se sì, fai qualche esempio.
Sara: In realtà ho considerato vari lavori, tra cui il diventare giornalista o ampliare le mie conoscenze e fare ricerca.
Emanuele: Si, all’inizio mi interessava molto la comunicazione in generale, o in campo prettamente creativo, ora ho indirizzato i miei interessi verso la comunicazione aziendale, il marketing, e la gestione delle risorse umane in azienda.
Alessandro: Sì, sto cercando di orientarmi verso ciò per cui mi sto specializzando, anche se la domanda che riscontro attualmente non è allineata. Mi sono richiesti spesso e volentieri siti web, ad esempio, cosa che un tempo facevo volentieri, ma adesso preferisco evitarli in quanto sono poco allineati col mio corso di studi e la figura professionale che sto realizzando.
Credi che l’attività di orientamento all’Università nelle scuole superiori non sia ancora abbondantemente sviluppata? Hai da condividere con noi un tuo ricordo su questo?
Sara: Non credo sia sviluppata. Il consegnare alcuni depliant, senza dare un vero e proprio orientamento non è a parer mio sufficiente. A me dissero: “Scegli basandoti sulle tue capacità e sui tuoi interessi”. Beh, non fu un vero aiuto, ma non mi sono pentita di aver conseguito una laurea in lettere. Perché ho studiato ciò che mi piaceva: la storia.
Emanuele: Non saprei esprimere un giudizio chiaro in merito, ma posso dire che secondo me la maggior parte degli studenti che escono dalle scuole superiori non ha ancora chiaro che cosa desidera veramente. C’è tempo per tutti, però.
Alessandro: No, alle superiori ho avuto parecchie proposte, ben illustrate. L’unico consiglio che posso dare agli studenti alla ricerca del proprio cammino universitario è di andare a sentire l’opinione di studenti in corso, per sapere quali sono le criticità delle facoltà a cui ci si intende iscrivere.
Nessun promoter fa pubblicità negativa della propria azienda dopotutto, è meglio rivolgersi alle opinioni dei clienti per scoprire cosa non ci viene detto.
Tutto sommato, consiglieresti l’Università di Verona ai diplomati? Se sì perché?
Sara: Be’, io consiglierei di andare verso corsi di laurea professionalizzanti come logopedia, infermieristica, biotecnologie. Così da avere una professione sicura.
Emanuele: Sì, la consiglierei. Alcune facoltà saranno meglio di altre, ma in generale l’ambiente è accogliente e, per la mia esperienza, ha favorito molto alla mia crescita personale, attraverso lo studio e le altre mille occasioni che offre l’Università. Penso siano molto importanti anche gli amici che si incontrano e con cui si sta assieme tutto il giorno.
Alessandro: Dipende, non la consiglio a tutti. Per quel che riguarda informatica, c’è chi mira ad essere uno “smanettone provetto”, a questi la nostra facoltà la sconsiglio. Ritengo sia più formativa una esperienza lavorativa immediata, in quanto lo studio svolto per questi 3+2 anni è prevalentemente teorico, e ovviamente mira a consolidare alcune capacità più teoriche che pratiche. E se uno viene per la pratica, è facile che lasci (per delusione) le cose a metà.
Esistono secondo te corsi di laurea più sicuri e altri più incerti o il tutto dipende dalla propria passione e volontà? In che categoria faresti rientrare il tuo corso di studi e perché?
Sara: Il mio corso è incerto, perché fino a che si fa uno studio della teoria inapplicato alla pratica rimarrà una buona base culturale, ma senza veri sbocchi lavorativi.
Emanuele: Credo che oggettivamente alcuni corsi siano meglio di altri, ma in ogni caso sono assolutamente convinto che il desiderio dello studente giochi tutto: studiare è una sfida, diventa interessante e utile quando ci si implica a fondo e non si rimane in superficie. Per me è stato così: ho fatto un corso un po’ deriso e sottovalutato da tutti, ma io mi ci sono giocato in tutto per tutto, dallo studio alle attività extra-didattiche in Università.
Alessandro: Sì, se il metro di misura della sicurezza è la risposta del mondo del lavoro. La ragione fondamentalmente è da ritrovarsi nella domanda del mercato per la figura professionale che si mira a diventare.
Lo scenario è però più caotico di quanto possa sembrare, infatti non sempre gli indirizzi ti delineano un percorso chiaro: ho tantissimi amici laureati in economia (e con ottimi risultati) che si sono visti scalzare nelle assunzioni in posti del settore (prevalentemente bancari) da laureati in filosofia. A chi è fuori da questi contesti sembra illogico, no?
Al contrario, il mio corso di studi lo ritengo tra i più sicuri complessivamente, per quanto concerne la possibilità di lavoro. Ribalto invece la mia opinione per quanto riguarda la conformità e la qualità del lavoro rapportate al percorso di studi che la mia facoltà offre, come detto precedentemente: si lavora, male ma si lavora.
Durante i corsi universitari, qualche docente ti ha mai portato su un eventuale posto di lavoro relativo al tuo corso? Raccontaci la tua esperienza. In caso contrario, come mai secondo te questo non avviene?
Sara: No, non mi è mai accaduto e secondo il mio modesto parere è collegato al legame possessivo dei docenti rispetto al loro lavoro.
Emanuele: È capitato che i “posti di lavoro” venissero a lezione, più che altro: ho seguito diversi corsi in cui ci sono state testimonianze dal mondo del lavoro. Le ho trovate interessanti e molto appassionanti, mi hanno fatto venire voglia di studiare al meglio per poter lavorare così anch’io, quando sarò laureato.
Alessandro: No, mai. Né in triennale, né in magistrale. La ragione principale credo che sia il disallineamento tra le richieste aziendali e la preparazione offerta dal nostro Ateneo. E la colpa secondo me sta nel mezzo.
Come si fa secondo te a scegliere il giusto corso di laurea? Ma esiste davvero un “giusto” corso di laurea?
Sara: Per scegliere bene bisogna ponderare, ma soprattutto valutare la risposta alla domanda: “Cosa voglio fare?” Nessuno dice che sia facile, ma è l’unico modo per fare una scelta corretta e non pentirsi.
Emanuele: Bisogna guardare al proprio desiderio, alla propria domanda. Per me è stato utile chiedermi cosa mi interessa veramente e come mi vedrei nella vita lavorativa. Mi sono guardato molto intorno, ho parlato con molte persone con più esperienza di me e questo confronto è stato molto prezioso. Una volta capita la domanda è stato più semplice seguire la risposta e decidere che corso magistrale scegliere.
Alessandro: Sì, il corso di laurea giusto esiste, ma è soggettivo. Occorre fare molta introspezione, per capire cosa si vuole essere nello scenario lavorativo, e scegliere di conseguenza. Inutile dire che andrebbero valutate parecchie offerte prima di prendere una decisione così importante.
Per entrare nel mondo del lavoro è necessario fare esperienza lavorativa relativa al proprio campo d’interesse, ma studio e lavoro sono conciliabili? Se sì, in che modo?
Sara: Saranno relativamente conciliabili fino a che non ci sarà un legame tra il mondo del lavoro e l’Università.
Emanuele: Vedo che molti miei amici e compagni di corso lavorano e studiano allo stesso tempo. Non so proprio come fanno! Io personalmente farei molta fatica, per questo motivo faccio solo lavori saltuari di non lunga durata.
Alessandro: Sì, ma occorre fare molta attenzione a bilanciare le due cose. L’una inficia inevitabilmente sull’altra. Entrambe inoltre sono enormi fonti di stress, occorre capire fino a che punto si riesce a sostenere il carico, da lì in poi saper dire no è essenziale.
Secondo te le associazioni studentesche dell’Ateneo veronese hanno fatto abbastanza per richiedere maggior interazione tra corso di studio e lavoro? O è una questione trascurata?
Sara: Purtroppo per quanto discussa è rimasta semplice discussione.
Emanuele: Forse si potrebbe fare di più. Vista la situazione attuale in cui siamo, penso possa essere una bella idea favorire maggiormente questa interazione tra studio e lavoro. Il fatto che l’Università possa offrire questa interazione già dagli anni universitari è di sicuro un vantaggio e un motivo di maggiore qualità.
Alessandro: Onestamente in questi anni non ho visto grandi risultati a riguardo, ma mi rendo conto che si tratta di un problema troppo articolato per poter essere risolto da una associazione studentesca. Occorre più collaborazione tra le parti in gioco per arrivare ad un punto comune di consapevolezza, da li sicuramente può conseguire un equilibrio tra domanda professionale ed offerta formativa.














