Caso Aldrovandi, chiesti i servizi socialmente utili per i quattro poliziotti
di Francesco Pirillo
I quattro poliziotti autori dell’uccisione di Federico Aldrovandi saranno consegnati ai servizi socialmente utili. Lo hanno chiesto gli stessi condannati, attraverso i rispettivi avvocati. Utilizzando la formula ex lege, che consente di pensare ad un’alternativa prevista per quanto riguarda lo sconto della pena, essi molto probabilmente «verranno affidati in prova ai servizi sociali», hanno riferito i difensori.
Monica Segatto, Paolo Forlani, diffamatore nei confronti della mamma di Federico e anche per questo indagato, Enzo Pontani e Luca Pollastri non finiranno in carcere. La Cassazione, lo scorso 21 giugno, aveva condannato in via definitiva i poliziotti a tre anni e sei mesi di reclusione. Grazie all’indulto i tre anni gli sono stati condonati e i sei mesi previsti di reclusione saranno una chimera per chi desiderava, in primis la famiglia Aldrovandi, che gli stessi venissero espulsi e che riponessero la divisa in un armadio.
La legge, e la tenacia del pool di avvocati dell’accusa, capitanati da Fabio Anselmo, hanno cercato in ogni modo di stabilire una vera giustizia tra chi indossa una divisa e il normale cittadino che ha subìto un abuso. Una parità riconosciuta nella società e nello Stato di diritto. La stessa Cancellieri aveva dichiarato, nelle ora precedenti la sentenza della Corte di Cassazione, che «quando leggeremo la sentenza non avremo nessun tentennamento ad applicare i provvedimenti del caso verso i colpevoli», come si legge da un articolo del Fatto Quotidiano. A quanto pare così non sarà e gli appigli per evitare che si aprissero le porte del carcere sono stati numerosi e soprattutto efficienti.
Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, avevano lanciato una petizione online per l’espulsione dei poliziotti e avevano raccolto numerose firme che però per il momento non sono state prese in considerazione. Avevano anche sottolineato l’importanza del reato di tortura che dovrebbe essere inserito all’interno del Codice Penale del nostro paese.
Ilaria Cucchi ha approfittato ed ha inviato una lettera ad Amnesty International Italia, divulgata anche dal sito di Repubblica.it per non far dimenticare il tema della tortura in Italia.
«Non può esistere ragione alcuna che possa giustificare le morti di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Michele Ferrulli: quattro cittadini italiani divenuti loro malgrado simboli per la lotta per i diritti umani. Ancor meno una ragione di Stato. Sono morti in modo disumano perché sottoposti alla violenza di coloro che, soltanto essi, quella violenza potevano esercitarla perché in nome dello Stato. La vita di una persona è il valore supremo di ogni società civile degna di questo nome. Ora sappiamo che nemmeno oggi, in questo Paese, questo valore può essere dato per scontato ora sappiamo perché in Italia, unico paese europeo, non è stata ancora adottata la legge sulla tortura, nonostante tutti gli imbarazzanti inviti rivolti dalla comunità internazionale. Lo abbiamo capito da come lo Stato Italiano e le sue istituzioni ci hanno trattato. Fino a che la legge sulla tortura non esisterà, nel nostro Stato non si potrà certo dire che essa è stata commessa».












