Cinema italiano “sotterraneo”, “l’arrivo di Wang” dei Manetti bros. a Parma con effetti speciali low cost
di Annachiara Sardella
Chiusi in una stanza con un tavolo e una sedia, meglio se si ha con sé un computer con un buon programma di effetti speciali ultima generazione: questo è tutto quel che serve ai registi dell’ultima era del cinema fantastico e horror, prassi che si sta diffondendo sopratutto nelle piccole produzioni europee. Oltre ai grandi colossal da milioni di dollari, attraggono l’attenzione anche i sottogeneri sotterranei che sfuggono al grande pubblico ma che con poche risorse e attori non proprio famosi, risultando perfino godibili.
“L’arrivo di Wang” è uno di questi. Girato dai Manetti bros. è riuscito a varcare le porte del festival di Venezia di quest’anno, e attualmente suscita l’interesse in molte altre rassegne internazionali.
Uno dei primi successi dei fratelli Manetti è stato “Zora la Vampira”, un fantascientifico comico arrangiato in chiave moderna e suburbana che rovescia la figura del vampiro trasportandola sul tema della tolleranza della diversità. Dracula qui è infatti un “extracomunitario”, un diverso che si innamora della giovane e attraente Zora negli ambienti suburbani di Roma.
L’ultima fatica dei due fratelli romani è stata recentemente presentata nella particolare location dei Giardini San Paolo a Parma, durante il consueto appuntamento all’aperto della cinematografia horror del mercoledì notte “i giardini della paura”. Anche se non appartiene prettamente al genere dell’orrore “l’arrivo di Wang” per i suoi effetti speciali è un piccolo omaggio al film Alien, a detta dello stesso Antonio Manetti che era presente proprio mercoledì scorso alla rassegna parmigiana.
La storia, non senza alcuni momenti di umorismo noir, racconta dell’arrivo a Roma di un alieno di nome Wang il quale parla solo cinese e che viene interrogato da un cattivissimo poliziotto. Costui vuole estorcergli a tutti i costi una confessione di colpevolezza con metodi brutali e offensivi ma sarà solo la giovane interprete di cinese coinvolta nell’interrogatorio a mostrare un briciolo di compassione per l’extraterrestre.
Ma Wang è un’incognita per tutto lo svolgimento della vicenda. Cosa ci fa a Roma? Quanto sta affermando è la verità? Il film vuole mettere in crisi la certezza dell’accoglienza del diverso costruendo la sua metafora sullo scontro tra differenti modi di vedere tutti ugualmente accettabili e problematici. La particolarità di questo film sta nel raccontare l’attualità tramite il particolare genere della fantascienza, filone poco seguito nel Belpaese.
La grande metropoli, Roma in questo caso, diventa terreno di incontro e scontro tra diversità e rappresenta la quotidianità che fa da sfondo nella vicenda, che è anche la quotidianità dei giovani precari: Gaia, la traduttrice, lavora a incarichi, la signora africana che denuncia l’alieno Wang alla polizia grida col suo accento usando turpiloqui comuni; ma presa dal reale è anche la speranza di Gaia in Amnesty International l’ong dei diritti umani (e non) che potrebbe salvare l’alieno da una tragica fine.
A livello visivo invece la fusione con lo spettatore avviene con la tecnica di ripresa che sta prendendo piede ormai da qualche anno, quella della steady cam: il punto di vista è instabile e muta continuamente, trema, si appanna, filtra le incertezze dei protagonisti producendo una full immersion inconsapevole nei pensieri dei personaggi. Il regista ha poi svelato al pubblico alcuni retroscena della post-produzione“ Wang è stato interpretato da un attore cinese, ma per ricostruire interamente l’immagine dell’alieno al pc abbiamo dovuto fargli indossare una tuta verde”.













