Baltasar Garzón, paladino dei Diritti Umani, difenderà Julian Assange e Wikileaks
Di Gianluigi Pala
Sarà l’ex magistrato spagnolo Baltasar Garzón a difendere l’australiano Julian Assange, il fondatore di Wikileaks e acerrimo nemico della diplomazia internazionale. Così è stato deciso in un incontro svoltosi tra i due all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove Assange si rifugia da oramai varie settimane dopo aver richiesto al governo di Quito asilo politico.
Julian Assange si trova dal 19 giugno scorso all’interno dell’Ambasciata ecuadoriana nella capitale britannica in attesa del verdetto del presidente Rafael Correa. L’asilo politico è l’ultima carta per evitare la sua estradizione in Svezia dove rischia una condanna per stupro, reato castigato in maniera molto dura nel paese famoso per i presunti traguardi raggiunti nella parità tra i sessi.
Dopo che Stoccolma ne ha richiesto l’estradizione Assange ha provato ad evitare il ritorno in suolo svedese appellandosi alla giustizia britannica. Dopo vari ricorsi però il Tribunale Supremo ha dato ragione al socio europeo dando così l’ordine definitivo di estradizione.
Il fondatore di Wikileaks ha quindi deciso di richiedere asilo politico. Lui dentro e la giustizia della regina fuori, impossibilitata a entrare essendo l’ambasciata territorio sotto giurisdizione ecuadoriana, stanno così aspettando la decisione sovrana del Presidente Correa, che da subito ha dato massima importanza alla questione.
Al contrario di quanto comunemente si crede, non esiste ancora nessun capo di imputazione sulla testa di Assange. La sua presenza davanti alla giustizia svedese è richiesta a seguito delle denunce sporte nei suoi confronti da due donne svedesi (Miss A. e Miss W. secondo gli atti giudiziari) che dichiarano di essere state vittime di violenza e abusi sessuali. I fatti si riferiscono all’agosto del 2010. Miss A. ha sporto denuncia rifacendosi a due episodi: nel primo, datato 14 agosto del 2010, oltre ad esser stata costretta al rapporto sessuale, «questo è stato consumato senza preservativo», ha dichiarato la donna aggiungendo di essere stata nuovamente vittima di abuso pochi giorni dopo, il 18 di agosto. Nella denuncia di Miss W. invece si legge che la donna venne indotta a un rapporto sessuale senza il suo consenso e senza l’uso del preservativo mentre dormiva la notte del 17 di agosto. La giustizia svedese quindi, preso atto delle denunce, ha richiesto la presenza di Assange per un interrogatorio che servirà a stabilire se ci sono o no gli estremi per aprire un fascicolo e imputare l’uomo.
Per Julian Assange, così come per la stessa organizzazione Wikileaks e parte dell’opinione pubblica, l’estradizione è una scusa che permetterebbe di facilitare la sua estradizione nel vero paese che aspetta silenzioso di processarlo, gli Stati Uniti. Londra, con una attitudine molto disinteressata, evita di intromettersi in maniera troppo diretta in un probabile problema politico all’interno delle sue frontiere e mediante l’ordine del Tribunale Supremo si garantisce la sua uscita dai giochi, passando la palla nelle mani della Svezia. Nel mentre Washington non ha richiesto formalmente l’estradizione di Assange ma tutto fa presumere che presto lo farà, così che gli Stati uniti potranno finalmente giudicare il responsabile della più grande operazione di filtrazione di informazioni segrete del corpo diplomatico e militare statunitense.
A causa di un intreccio giudiziario sempre più opaco e senza chiari punti di riferimento Assange ha deciso di richiedere l’aiuto ma soprattutto la difesa di uno dei principali difensori legali dei diritti umani a livello internazionale: Baltasar Garzón. Dopo l’incontro di qualche giorno fa l’ex magistrato spagnolo ha deciso di accettare il caso e difendere non solo Assange ma la stessa WikiLeaks in tutti i processi in cui verranno portati a giudizio.
Baltasar Garzón è un uomo della giustizia molto controverso. Diventato celebre a livello internazionale mediante l’emissione, nel 1998, del mandato di arresto nei confronti dell’ex dittatore cileno Pinochet ha passato gli anni da magistrato occupandosi di diritti umani, contribuendo attivamente alla lotta al terrorismo internazionale, quello nazionale dell’ETA, smascherando traffici di droga e riciclaggio di denaro. Nel 2011 è stato però inabilitato dalla Cassazione spagnola (Tribunal Supremo) per undici anni dalla professione di magistrato con la motivazione di aver indagato in modo illegale in una fitta rete di corruzione politica conosciuta come il “Caso Gürtel” e che vedeva principalmente indagati figure del PP, attuale partito al governo in Spagna. Era inoltre già stato sospeso l’anno prima per aver aperto un processo sui crimini compiuti durante la dittatura franchista, scheletro nell’armadio del paese iberico. Ora Garzón esercita come avvocato e trova appoggio nei governi del Sud America, impegnati questi in un lungo e complicato processo per svelare tutti i crimini compiuti durante gli anni delle dittature nel continente. Non a caso chi si è dichiarato entusiasta della decisione di Garzón è stato il ministro degli esteri ecuadoriano che ha affermato, a nome del suo governo, di avere ottimi rapporti con il nuovo avvocato di Assange.
Rispetto al nuovo incarico Garzón ha evidenziato la “gran mancanza di garanzie” con le quali si sta portando avanti il caso Assange e aggiunge che cercherà di dimostrare che “il processo segreto che va avanti negli Stati Uniti presuppone una chiara minaccia che vizia qualsiasi altro processo, come quello motivato dalla petizione di estradizione” in Svezia.

Baltasar Garzón a colloquio con la Presidenta argentina Cristina Fernández de Kirchner durante uno dei vari atti dedicati all’ex magistrato spagnolo a Buenos Aires. (reuters)
Si pensa infatti che il processo svedese sia finalizzato a portare a processo l’uomo che ha messo la faccia nella filtrazione che avrebbe dovuto svelare i retroscena scomodi e gli altarini nella politica internazionale sotto il valore universale della democrazia e della trasparenza. Dopo due anni pare comunque che le filtrazioni, dopo un iniziale successo, siano state abbandonate dall’opinione pubblica e che al contrario siano risultate molto utili ai vari governi interessati per scoprire il trattamento riservatogli dal Dipartimento di Stato americano ma anche dalle grandi multinazionali economiche e banche.
Nell’attesa che Correa decida su una così delicata questione che rischia di compromettere le relazioni tra Quito e Washington, Assange prepara la sua difesa con un esperto veterano dei diritti umani, Londra prova a liberarsi rapidamente del problema, gli Stati uniti aspettano trepidanti le nuove mosse e la Svezia cerca di continuare a mostrare la sua indipendenza giudiziaria e la sua credibilità. In tutto ciò l’Australia, paese che appare alla voce cittadinanza sul passaporto di Assange, sembra trovarsi impreparata. Dopo aver considerato le filtrazioni come pratica illegale, mediante le parole della PM Julia Gillard, il Governo ha dovuto ripiegare dando ragione alla Polizia Federale che subito dopo dichiarò che le filtrazioni di WikiLeaks non violavano nessuna legge australiana e non esiste motivo per il ritiro del passaporto. Tra manifestazioni a sostegno di Assange per le strade delle principali città australiane, dove non manca la presenza di parlamentari dell’opposizione ma anche della maggioranza laburista, Canberra temporeggia davanti al suo principale alleato internazionale, Washington, lasciando nelle mani della giustizia Britannica, Svedese ed Ecuadoriana le sorti e la tutela legale di un suo cittadino.













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