Pubblicato il: gio, lug 26th, 2012

Intervista a Elisa La Paglia, membro di “Se non ora quando” e consigliera comunale di Verona

 di Angela Amarante

Elisa La Paglia

Il 13 febbraio 2011, al grido di “Se non ora, quando?”, più di un milione di persone si sono riversate nelle piazze italiane per ribellarsi al modello degradante e lesivo della dignità delle donne e delle istituzioni ostentato dall’ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Da quel giorno è nato un movimento formato da donne diverse per appartenenza politica, religiosa, professionale, ma unite dalla consapevolezza che l’immagine femminile fornita dai mass media è ben diversa dalla realtà, spesso difficile, che le donne vivono ogni giorno.
Il comitato nazionale Se Non Ora Quando ha incanalato le rivendicazioni, i progetti, le richieste nate dal moto spontaneo d’indignazione di donne e uomini, che hanno dato vita a comitati territoriali sparsi a macchia d’olio in tutto il Paese.
Abbiamo intervistato per voi Elisa La Paglia, consigliera comunale di Verona e membro del comitato Snoq.

Come nasce il comitato Snoq e chi ne fa parte?

Snoq nasce dalla risposta ad un appello nazionale, sottoscritto da donne molto importanti e conosciute, che ha visto un’adesione trasversale tra destra e sinistra. È stata una manifestazione corale in cui in cui le donne hanno gridato la loro indignazione a difesa della dignità della donna. A Verona si sono riunite più di 7.000 persone tra Piazza Isola e Piazza Bra, e questi sono numeri che non si vedevano da tempo. Il comitato è ora composto da studentesse, giovanissime lavoratrici, femministe storiche, donne che fanno politica nei partiti e nei sindacati, donne già attive in associazioni rivolte alle donne. È un gruppo eterogeneo, cerchiamo di riunirci quando possibile per tutte, creando una rete vera che coinvolge donne, enti e associazioni.

Quali obiettivi vi proponete e in che modo cercate di raggiungerli?

Lavoriamo soprattutto su quattro tematiche: l’immagine degradante della donna nei mass media; il lavoro e il welfare, perché le donne stanno ancora aspettando di essere riconosciute come risorsa importante per questo Paese; la violenza sulle donne, di cui si parla ancora troppo poco; la rappresentanza politica, perché l’assenza delle donne nei luoghi di decisione limita fortemente le scelte politiche intraprese sia a livello nazionale che a livello territoriale.

Ci sono uomini che si interessano a Snoq?

Sì, tantissimi uomini hanno partecipato alla manifestazione del 13 febbraio, molti seguono i nostri incontri in piazza.

Quale vi sembra la risposta della cittadinanza alla nascita del comitato?

A livello nazionale, il comitato riesce a raccogliere migliaia di adesioni grazie alla comunicazione fatta attraverso la televisione e i media in generale. A livello locale è più difficile, i numeri su cui possiamo contare sono molto più bassi. Purtroppo è un problema di comunicazione, molte donne veronesi non guardano il tg locale né leggono il giornale locale, nonostante entrambi siano molto attenti alla nostra realtà.

Come siete state accolte dalle realtà istituzionali e cittadine di Verona?

Ci ascoltano e partecipano. Siamo una rete, coinvolgiamo persone diverse, dalla casalinga che non ha mai sentito parlare di disparità sessuale, allo studente che mai si è posto il problema della questione di genere, fino alle consigliere comunali e alle coordinatrici provinciali. Ad ogni incontro che facciamo si aggiungono persone nuove, prima incuriosite dalla nostra presenza in piazza, poi sempre più partecipi delle nostre battaglie e iniziative.

A un anno di distanza, cos’ha significato quel 13 febbraio, il giorno della prima grande manifestazione delle donne?

Siamo consapevoli che sarà difficile continuare ad avere la stessa partecipazione e visibilità di quella manifestazione, perché è stata fatta in un momento di scontento clamoroso. Ora sono entrate in gioco altre priorità che spostano l’attenzione della gente, una su tutte la crescente difficoltà ad arrivare a fine mese. Eppure le questioni che affrontiamo, ora soprattutto la violenza, vengono riprese dai maggiori organi di informazione. Basti pensare all’attenzione che stanno dedicando alla violenza sulle donne. È stata significativa anche la scelta di Bersani di affidare le nomine Rai alle associazioni: se tra queste è stata scelta Snoq è perché siamo in primissimo piano.

Le donne si sentono rappresentate dalla classe politica attuale?

A Verona sì, il sindaco Tosi è stato votato da tantissime donne. I problemi della rappresentanza politica esulano dalle questioni di genere. Però manca in politica la presenza delle donne. Avevamo fatto una campagna per chiedere che il 50% della giunta comunale fosse composta da donne, ma Tosi non ha nemmeno preso in considerazione l’idea. E tra i dieci assessori, c’è solo una donna.

Se Non Ora Quando Verona

Quali sono i motivi per cui una donna dovrebbe insistere a impegnarsi in politica, nonostante tutte le difficoltà?

Perché ce n’è bisogno. Se la donna non si impegna in politica, la politica non penserà a lei. Tutti dobbiamo dedicarci alla politica facendo in modo che sia migliore, è finito il tempo di delegare agli altri, fregarsene e poi lamentarsi.

Siete favorevoli alle quote rosa?

Le quote rosa non piacciono a nessuno, danno l’idea che le donne debbano avere una “stampella” che le sorregga pur di farle camminare. Però le quote sono necessarie, e lo dimostrano i Paesi in cui sono già state introdotte da tempo. Lì le donne hanno ampi spazi per esercitare le proprie competenze in campo politico, economico, sociale e culturale. In Italia si stanno compiendo ora i primi passi, per esempio dalle prossime elezioni amministrative vigerà la norma della doppia preferenza di genere: chi sceglierà di esprimere due preferenza dovrà segnalare il nome di un uomo e una donna.

Non pensate che le quote rosa impongano la presenza delle donne, senza che venga realmente riconosciuto loro un merito?

Anche le donne vengono selezionate in base al merito, ma finché le donne non saranno in tante, non ci sarà nulla da selezionare. Tante nomine del mio partito sono di donne, e sono persone qualificatissime per i lavori che andranno a svolgere.

Cosa pensate del congedo obbligatorio per i padri?

Tre giorni di congedo dopo la nascita del figlio sono solo simbolici, non servono a niente. Il problema vero è che mancano le risorse. I padri in congedo ricevono solo il 30% dello stipendio, ma un padre dovrebbe essere messo nella condizione di chiedere permessi lavorativi per occuparsi dei figli senza rinunciare al reddito. È ovvio che se solo la madre prende il congedo non ci sarà mai una totalità nella cura dei figli. Purtroppo, negli anni in cui c’erano le risorse economiche per attuare politiche paritarie non è stata fatta nessuna scelta. Oggi non ci sono molti soldi, ma molti sprechi sì. Andrebbero eliminati per far confluire maggiori risorse economiche alle politiche familiari.

In questo periodo l’argomento più discusso dal comitato è quello del femminicidio. Che cosa bisognerebbe fare per arginare la violenza contro le donne?

Riconoscere che è una violenza comune, che non riguarda gli emarginati, i poveri o gli alcolizzati, ma le famiglie normali che abbiamo intorno. È una questione che riguarda le persone di tutte le classi sociali, se non si riconosce questo presupposto è difficile comprendere la situazione. È sbagliato anche parlare di “delitti passionali” perché è un concetto che confonde le idee, che porta a pensare a questioni di onore, a intrighi che in realtà non esistono. La realtà è che esiste il femminicidio: la violenza contro una donna in quanto donna.

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