Grandi sfide per il Mali
di Leonardo Sartori
I colpi di stato, i cambi di regime e le rivoluzioni sono sempre visti con particolare attenzione dalle grandi potenze, soprattutto quelle occidentali, che sono sempre in agguato per poter scovare qualche buon vantaggio attraverso una partecipazione diretta o indiretta nel processo politico del paese.
Questa volta si tratta del Mali, un paese estremamente eterogeneo, costituito da otto regioni, in cui vivono tuareg e forti gruppi islamici legati alle cellule di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, le quali si oppongono alla creazione di uno Stato laico.
La situazione attuale del Mali è stata marcata da un punto di svolta lo scorso marzo, quando un gruppo militare ha attuato un colpo di stato contro il presidente Amadou Toumani Touré. Da questo momento il paese è rimasto in balia dei molteplici attori che vogliono prendere il controllo del paese.
I gruppi islamici hanno sotto controllo le regioni settentrionali, in particolare Gao, Timbuctu e Kidal, dalle quali hanno cacciato gli ex alleati tuareg.
Lo scorso aprile, i tuareg stessi hanno dichiarato l’indipendenza del territorio Azawad, senza ottenere alcun riconoscimento internazionale.
Nel frattempo Cheick Modibo Diarra è stato nominato primo ministro per poter intercedere positivamente nella democratizzazione del Mali dopo il colpo di Stato; ciò nonostante bisogna considerare che ultimamente si stanno sollevando richieste di dimissioni da parti anti-golpiste del paese, considerando il nuovo PM incompetente per poter portare avanti questo compito. Il United Front for the Defence of the Republic and Democracy (FDR) sostiene infatti che dal momento in cui Modibo Diarra è in carica “il Mali stia solo sprofondando”. Denuncia la mancanza competenza in azione, in strategia e nel riconoscere le vere priorità del paese.
L’UE e soprattutto la Francia si sono dette preoccupate per la degenerante fase che sta attraversando il paese africano. Bruxelles ha infatti deciso, in seno al Consiglio dei Ministri dell’Estero europei, che è disposta ad iniziare un dispiegamento di una forza della Comunità economica dell’Africa occidentale per stabilizzare lo status quo, sotto il controllo dell’ONU. Sempre a Bruxelles sono inoltre emerse preoccupazioni per la lentezza del processo di democratizzazione, e per questo il Palazzo Europeo ha previsto “sanzioni mirate nei confronti di chi continuerà a minacciare il processo di transizione democratica, la pace, la sicurezza e la stabilità in Mali”.
Washington ha appoggiato l’UE per quanto riguarda le decisioni nei confronti di Bamako (capitale del Mali), con una presa di posizione che fa già sorgere dubbi e critiche. Si tratterebbe infatti di un ulteriore intervento occidentale mirato all’approvvigionamento di uranio e petrolio di cui dispone parte del paese, nello stesso modo in cui recentemente gli USA hanno inviato aiuti militari per la cattura del LRA in Uganda. Gli interessi USA sarebbero molteplici negli stati africani;ad esempio in Somalia gli USA non hanno posto fine al traffico di armi contro gli integralisti islamici, nonostante l’embargo vigente dal 1992. Ciò nonostante, Washington smentisce.
L’Italia, attraverso il Ministero per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione ed il Ministero degli Esteri, ha donato ai rifugiati in fuga dal Mali la somma di 138mila euro, per la quale giungono i ringraziamenti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
La situazione è delicata: le forze islamiste riescono a coinvolgere giovani fanatici non solo all’interno del Mali, bensì anche nei paesi circostanti come l’Algeria; la vera vittoria per il Mali non sarebbe distruggere i gruppo islamici, ma portare a termine un processo di integrazione ed instaurare uno Stato laico e democratico.












