La tortura burocratica, in Brazil
di Giovanna Girardi
A intitolare il film di Terry Gilliam, unico membro americano dei Monty Python, è il motivetto sognante della famosa Aquarela do Brasil di Ary Barroso, variamente riarrangiata come leit motiv dei pochi respiri di libertà.
Girato nel 1985, questo capolavoro di fantascienza descrive un futuro totalmente dominato da una burocrazia tanto cavillosa quanto imponente. Nella realtà fosca e soffocante di una metropoli alla Blade Runner, i monumentali palazzi delle istituzioni e la loro modulistica, esasperata ed esasperante, sono ormai l’unica fonte di veri sentimenti, l’angoscia e il terrore. Incompreso dalla frivolezza sorda e cieca degli altolocati ambienti materni, il giovane Sam Lowry, solo, sembra aver conservato la capacità di sognare e preconizza in un intreccio di metafore e particolari le sue vicende. Prepotentemente anni ’80, le panoramiche aeree dei sogni, a tinte epiche e romanzesche, interrompono il grigiore caotico e nitido della veglia.
La trama, secondo la cifra stilistica di Gilliam, è tutt’altro che lineare, e se le prime scene sembrano voler sondare lo spessore del protagonista, poi si comprende come egli non sia che un pretesto per uno sguardo diretto sulla realtà in cui è sommerso: una realtà agghiacciante.
Da supporto e contraltare ad un tema così greve sta una scenografia finemente spassosa, visionaria e geniale nel dettaglio, che alterna gli spazi spenti e razionali delle istituzioni ai colori sgargianti e kitsch degli ambienti mondani alla rudezza underground dei ribelli. La ricchezza di trovate che riempiono, come un in quadro di Bosch, ogni spazio della pellicola sono per se stessi sufficienti a calamitare lo sguardo dello spettatore, invitandolo, inoltre, ad un gioco di citazioni che va da La Corazzata Potëmkin all’onirismo di Fellini.
Le citazioni, però, non sono soltanto filmiche e l’idea di uno Stato di Polizia, insinuato in ogni ambito della nostra vita, padrone di qualunque scelta e controllore di ogni nostro movimento, si ritrova in 1984 di George Orwell, esplicito riferimento di Gilliam, ma ugualmente in Foucault con Sorvegliare e Punire: la nascita della prigione smantella diec’anni prima qualsivoglia velleità di libertà sull’esempio del Panopticon di Bentham.
Dunque, non bastano la resa cinematografica, la struttura disarticolata ma coerente, la scenografia visionaria e barocca a rendere questo film un chef d’œuvre, ma anche la sua tematica di profonda attualità, che ineluttabilmente porta con sé una riflessione sul nostro Stato, sulla nostra burocrazia, sulla nostra libertà. Tra poste, firme, certificati, accertati, dati, conguagli, subbugli, è ancora possibile sognare? Sì, forse in coda.












