Prestiti cinesi, l’Africa chiede di più e dall’Europa è già polemica
di Anna Chiara Sardella
Durante il Forum sulla Cooperazione cino-africana che si è aperto il 19 luglio ed è terminato il 20 a Pechino, il presidente del Sud Africa Jacob Zuma e il presidente ivoriano Alassane Outtara hanno chiesto una contropartita economica al premier cinese Hu Jintao.
Venti miliardi di dollari sono stati accordati ai paesi africani dal colosso cinese, il doppio di quanto stabilito in precedenza: ventimila borse di studio e corsi di formazione per quarantamila lavoratori erano già stati elargiti in forza del partenariato economico afro-cinese.
Eppure, i versamenti che la Cina effettua dal 2006 sono sotto osservazione dai paesi europei e soprattutto dalla Francia: il giornale France24 avanza dubbi sulla destinazione di questi fondi, che potrebbero andare a rimpolpare quella corruzione che impedisce al paese di progredire verso una forma democratica.
La Cina, dal canto suo, prontamente fa sapere che crede davvero nello sviluppo economico del continente africano, e che quindi vale la pena investirci. La Cina infatti è il primo tra i tanti investitori del globo a investire di più in somme da destinare al continente africano. Anche in forza del fatto che è la prima potenza economica mondiale ed il primo creditore dei debiti occidentali.
Un momento di debolezza economica che fa pendere l’ago della bilancia degli aiuti pro-terzo mondo in favore dei paesi orientali. Gli investimenti dell’ingente risparmio e guadagno cinese non possono che confluire nel paese più ricco del mondo quando si parla di risorse e più povero quando si parla di diritti, istruzione, democrazia, welfare e libertà.
Infatti gli aiuti cinesi si raddoppiano esponenzialmente di anno in anno: come mostra la cronologia nel 2006 la Cina aveva versato 5 miliardi di dollari, che poi sono raddoppiati nel 2009 e lievitati ulteriormente nell’ultima conferenza pechinese dove i premier africani si sono consultati con Hu Jintao. Investimenti forse collegati alla situazione di “allarme” che si sta scatenando in questo paese e nelle aree orientali in generale. Da qualche anno infatti c’è la corsa agli acquisti massivi di aree coltivabili, dovute alla penuria di riso, pur essendo la Cina il primo produttore mondiale. L’agricoltura, l’allevamento, la produzione di beni che provengono dalle industrie cinesi stanno subendo il paradosso del capitalismo: ci vogliono infatti risorse sempre maggiori per sostenere un commercio competitivo, con un rischio sempre maggiore di rimanere senza offerta interna; è da considerare inoltre che intorno al 2020 i cinesi consumeranno carne e riso tre volte tanto di quanto non ne consumavano nel 1985, stima la Fao.
Il cibo, per la sopravvivenza materiale di intere popolazioni, è anch’esso soggetto a speculazione: per questo Pechino non aspetta. Da anni infatti non solo elargisce borse di studio e corsi di formazione ma costruisce strade e aeroporti, come in Congo, ricchissimo di rame e del prezioso Coltan, una lega che serve per la costruzione di computer e dispositivi elettronici come i telefonini.













