Pubblicato il: sab, lug 21st, 2012

Nell’arena c’erano anche le “gladiatrici”: i combattimenti delle donne

di Sergiu Cristian Cindea

Recenti studi su una statua di bronzo appartenente alla collezione permanente del Museum für Kunst und Gewerbein di Amburgo hanno portato alla sensazionale ipotesi secondo la quale essa rappresenti un rarissimo esempio di raffigurazione delle donne gladiatrici. Finora, infatti, l’unica altra prova fisica della loro esistenza era un bassorilievo nella citta di Alicarnasso, oggi in Turchia. Inizialmente si riteneva che questa statua rappresentasse un’atleta donna con in mano uno strigile, un raschietto metallico utilizzato dagli atleti dell’antichità per rimuovere olio, sudore e polvere dal corpo. Questa tesi è stata recentemente considerata non valida per una serie di motivi: prima di tutto la posizione con il braccio alzato in segno di vittoria che ha fatto intuire che lo strumento impugnato fosse una sica (spada tracica a lama ricurva) e non uno strigile, inoltre si è considerato anche lo sguardo verso il basso a guardare verso l’avversario sconfitto, come in tutte le classiche rappresentazioni di gladiatori vincenti. Un ulteriore dubbio è venuto dall’abbigliamento: la donna della statua è, infatti, a seno scoperto, mentre nessuna atleta avrebbe mai gareggiato col seno in mostra, vista la rigida mentalità romana sul pudore femminile in pubblico. Ciò veniva accettato per gli schiavi o per chi si poneva al loro stesso livello gareggiando nell’arena, in virtù della loro bassissima condizione sociale. L’ultimo dettaglio chiave per la comprensione della reale identità della statua è la benda intorno a un ginocchio, che era un tipico segno di riconoscimento dei gladiatori.

Non si sa di preciso quando le donne entrarono per la prima volta nell’arena, ma le prime descrizioni scritte sono dello storico Tacito, il quale afferma che nel 66 d.C. l’imperatore Nerone ordinò al suo liberto Patrobio di organizzare dei giochi gladiatori nell’arena di Pozzuoli in onore del re d’Armenia Tiriade. Il liberto, conoscendo i gusti stravaganti del suo padrone, decise di strafare, aggiungendo ai consueti giochi anche i combattimenti tra donne. Anche se in tale occasione le donne non furono delle vere gladiatrici, ma solo delle schiavi etiopi buttate nell’arena per impressionare il re armeno, a Nerone l’idea piacque moltissimo e la ripropose anche a Roma più volte. L’imperatore Domiziano aveva una vera e propria passione per questo intrattenimento tanto da inserirlo regolarmente nei giochi che organizzava. Preferiva inoltre far combattere le donne la notte alla “suggestiva” luce delle fiaccole, e alle volte facendole scontrare con dei nani addestrati come gladiatori, il che rendeva tutto molto più interessante, almeno secondo la sua opinione.

Quindi di fianco alla ormai notissima figura del gladiatore si può con certezza affiancare anche quella della gladiatrice, la donna che combatteva nell’arena per intrattenere folle urlanti al pari degli uomini. Ma ci sono anche delle considerevoli differenze. Prima di tutto le donne nell’arena non erano quasi mai schiave, anzi molto spesso provenivano dalle classi più agiate della società romana. Non volendo dar peso alle maliziose osservazioni di Giovenale, il quale insinuava che le donne fossero spinte dalla voglia di trovarsi a gomito a gomito con i prestanti gladiatori, si può quindi dedurre che le motivazioni principali di questa scelta fossero probabilmente una certa ricerca di emancipazione dalla monotona vita imposta alle donne dalle maschiliste concezioni del epoca, o magari in alcuni casi la voglia di imitare i propri beniamini nell’arena. Le donne inoltre combattevano molto probabilmente vestite con il solo “subligaculum” (una sorta di mutande) e al massimo una protezione al braccio destro che maneggiava il gladio o la sica e il solo scudo come arma difensiva, essendo quasi accertato che molto spesso non indossassero nemmeno l’elmo. Un’ultima grande differenza con i loro colleghi maschi la faceva infine l’addestramento che non avveniva nelle scuole gladiatorie ma molto probabilmente a casa, con ex gladiatori ingaggiati appositamente.

Nonostante il fortissimo successo pubblico suscitato dalle gladiatrici, spesso le stesse persone che le incitavano nell’arena poi le disprezzavano nella vita pubblica: secondo la mentalità maschile dell’epoca le donne erano certamente più adatte ai telai che non a combattere, inoltre i militari e gladiatori uomini ritenevano che la presenza delle donne nell’arena svilisse la natura guerriera del uomo. Infatti, un senato consulto del 11 d.C. vietava alle ragazze con meno di vent’anni di esibirsi e nel 19 d.C. rincarava ulteriormente la dose vietando il reclutamento ai fini d’intrattenimento di ragazze della classe senatoria o equestre che non avessero compiuto i vent’anni, vietando cosi di fatto anche la possibilità di addestrarsi al combattimento prima di tal età. Lo stesso imperatore Settimio Severo nel terzo secolo vietò i combattimenti tra donne nell’arena, ma si sa con certezza che anche questo provvedimento non fu mai rispettato. Restava comunque una fortissima ostilità alle donne combattenti soprattutto negli ambienti intellettuali e conservatori.

Si può quindi notare come persino in quel cruento spettacolo, da molti ritenuto prettamente maschile, che erano i combattimenti gladiatori, le donne siano riuscite a ricavarsi uno spazio importante, facendo capire che già allora le donne lottavano (letteralmente) per la propria emancipazione.

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