Tra il caos africano e quello europeo una buona notizia per tutti: Rossella Urru è libera
di Gianluigi Pala
Rossella Urru è stata liberata mercoledì scorso dopo nove mesi di prigionia insieme ai due colleghi spagnoli Ainhoa Fernández de Rincón e Enric Gonyalos. La notizia giunge rapidamente in Italia diventando la prima notizia su tutti i mezzi d’informazione. Le prime voci cominciano a circolare durante la mattinata ma nessuna testata informativa ha preferito rischiare, come già accaduto in passato, e tutti hanno aspettato conferme ufficiali, arrivate prima dalla Spagna e poi direttamente dal nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.

Rossella Urru al suo arrivo in Burkina Faso dopo la sua liberazione, insieme ai due cooperanti spagnoli
Rossella Urru fu rapita nell’ottobre scorso nel campo profughi saharawi di Rabuni, nelle vicinanze di Tinduf, sud ovest dell’Algeria al confine con il Marocco. Pagato il riscatto al gruppo che li rapì nella notte tra il 22 e 23 ottobre scorso, i tre cooperanti sono stati liberati a Gao, città nel centro del Mali, grazie a una complicata mediazione che ha visto unire gli sforzi, oltre che dei mediatori italiani e spagnoli, anche di rappresentanti del Burkina Faso e di vari sceicchi della zona.
Tanti Stati, tante nazionalità e tanti luoghi per lo più sconosciuti ai tanti, collegati alla liberazione di Urru e che hanno come elemento comune la questione del Sahara occidentale e del popolo saharawi.
Durante questi mesi di prigionia si è parlato tanto di Rossella Urru, creando un sentimento nazionale di vicinanza e una causa comune: la sua liberazione. Molto meno attenzione è stata invece data al perché Urru si trovasse là, cosa faceva in un campo profughi, chi sono i Saharawi e perché mai sia stata rapita.
Al contrario che in Italia in Spagna si è parlato ben poco dei cooperanti sequestrati. Niente appelli in tv, niente striscioni dai balconi di casa o dei comuni. Sarà che la Spagna è abituata più che l’Italia ad avere suoi cittadini rapiti, sarà che Madrid è una delle cause del caos del Sahel ma sta di fatto che durante questi mesi né le tv né i giornali hanno dedicato particolare attenzione al caso, e nei pochi luoghi dove sì veniva analizzato (centri di ricerca di politica internazionale, think tanks e facoltà universitarie) la discussione spesso verteva attorno all’eticità del pagare un riscatto, su chi deve pagarlo, il lavoro delle ONG e il problema della loro sicurezza. Non a caso tv e giornali iberici hanno preferito mantenere il silenzio che in questi casi viene richiesto dalle direzioni diplomatiche e unità di crisi.
In Italia invece se ne è parlato tanto, forse troppo e male. Se da un lato infatti l’opinione pubblica ha deciso di far propria la causa della cooperante sarda, dall’altra i media hanno approfittato della “fama” di Urru sfruttando il suo caso senza apportare informazione. Per l’ennesima volta il sensazionalismo ha avuto la meglio sull’informazione. Una ennesima occasione persa per informare su cosa succede al di là delle nostre frontiere.
Il popolo saharawi, con il quale lavora Rossella Urru, è la popolazione residente nella regione del Sahara occidentale, ex colonia spagnola ceduta nel 1975, spartita tra Marocco e Mauritania, e infine invasa quasi completamente dall’esercito di Rabat. Occupazione che continua ancora oggi. Nel 1976 il Fronte Polisario proclamò la nascita della Repubblica Democratica Araba Saharawi, che non è mai stara riconosciuta dall’Onu, al contrario dell’Unione Africana, che la considera membro a pieno titolo dell’Organizzazione. Dopo quasi vent’anni di violenze tra Rabat e Fronte Polisario si giunse a un cessate il fuoco grazie al piano dell’Onu MINURSO, con l’obiettivo di indire un referendum sull’autodeterminazione del popolo saharawi o la sua annessione al Marocco. Il piano è del 1991 e nessun referendum è ancora stato indetto. In questi anni di pace però è cresciuta la frustrazione della popolazione saharawi, obbligata a emigrare verso campi profughi, costantemente umiliata e ghettizzata da Rabat, che nel frattempo offre sussidi statali a tutti i marocchini che decidono trasferirsi nella regione del Sahara Occidentale. Nel caso si arrivi seriamente a un referendum almeno ci si garantisce un po’ di voti.
La popolazione saharawi si è trovata così a vivere nei campi profughi disseminati per territori di nessuno tra Algeria, Mauritania e Mali.
In questi ultimi anni però la situazione del Sahel sta sfuggendo al controllo governativo. Tra colpi di stato, rivoluzioni interne e un costante richiamo alle armi il Sahel è nuovamente una vasta area controllata da signori della guerra, gruppi armati, tribù nomadi e non più dai governi centrali di Algeri e Bamako.
È in questo scenario che va inserito il rapimento di Rossella Urru, dei suoi due compagni spagnoli ma anche di tanti altri uomini e donne che in Europa non fanno notizia. Riscatti utili a finanziare guerre interne, tra traffici di persone e controllo di risorse. Proprio in questi casi risulta ancora più complicato il lavoro della diplomazia, non avendo davanti a se un Stato alla pari con cui negoziare, ma piccoli gruppi armati, collegati a grandi reti criminali.
Mercoledì Rossella Urru è stata liberata, fortunatamente. Ci si augura che sarà ora lei a sfruttare chi per mesi ha sfruttato la sua prigionia, così da poter parlare della sua esperienza come cooperante, spiegarci cosa sia, perché si fa, chi sono i saharawi, cosa è il Sahel, riempiendo così quella mancanza di informazione su questa regione del mondo non così lontana dal Belpaese.












