F-35, consegnate 75mila firme ma il ministro Di Paola preme sull’acceleratore
di Francesco Pirillo
“C’è un chiaro pregiudizio ideologico: se non vogliamo le Forze armate, eliminiamole e non ne parliamo più. Ma gli italiani non la pensano così, come dimostrano i sondaggi”. Queste le parole del ministro-ammiraglio della Difesa Giampaolo Di Paola. I sondaggi in realtà non dicono nulla, in quanto non ce ne sono stati, a parlare però ci pensano le 75mila firme di tutte quelle persone che hanno aderito alla campagna “taglia le ali alle armi”. La settimana scorsa sono state consegnate le firme al governo e lo scopo dell’iniziativa portata avanti dalla rete disarmo (http://www.disarmo.org), a cui hanno partecipato 650 associazioni e più di 80 enti locali, è quello di evitare il finanziamento per acquistare novanta aerei caccia F-35.
Nell’intervista esclusiva rilasciata al Corriere della Sera, il ministro Di Paola ha evidenziato l’utilità del finanziamento alle forze armate per il Paese ed ha espresso il suo vivo interesse affinchè si concluda con gli Stati Uniti la vendita dei novanta caccia. “Ora, io dico: le Forze armate si chiamano così perché dispongono di armamento per svolgere il proprio compito. E il nostro, come Paese della Nato, è quello di essere corresponsabile delle risposte che la comunità internazionale dà alle crisi. Una missione che il Parlamento ha approvato” .
Ha poi aggiunto: “I nostri aerei vanno rinnovati e nel programma degli Jsf – Joint Strike Fighter - in cui siamo entrati nel 1997, abbiamo investito risorse significative. A Cameri c’è un polo di assemblaggio e manutenzione che non ha eguali se non negli Usa, dove i Jsf vengono prodotti. Se oggi dovessimo chiudere tutto, butteremmo via enormi investimenti, metteremmo a rischio 10 mila posti di lavoro e ammazzeremmo il futuro tecnologico di Finmeccanica”.
I costi eccessivi per l’acquisto degli F-35 non vanno di pari passo con i tempi che corrono. La crisi economica colpisce maggiormente gli strati sociali meno abbienti e la spesa militare per 90 caccia si aggirerebbe intorno ai 12 miliardi di euro, cifra che raggiungerebbe i 30 miliardi se si pensa alla manutenzione degli stessi. Il costo di ogni aereo è intorno ai 130milioni di euro, secondo documenti prodotti dal Pentagono, e non 60-70 come dice il ministro. La richiesta dell’intera rete disarmo sia per etica che per intelligenza, vista l’attuale situazione economica del Belpaese, prevede l’annullamento di questa procedura e continua ad osteggiare il rifinanziamento alle Forze armate.
“La nostra spesa per le Forze armate è pari allo 0,84% del Pil mentre la media Ue è dell’1,6%”, continua Di Paola, ma secondo alcuni documenti ufficiali della Difesa e della Nato il nostro paese fornisce l’1,4% del Pil alle forze armate rispetto ad una media europea dell’1,6%. La Spagna è allo 0.9%, la Germania ci segue per un punto decimale ed è all’1,3% mentre nella zona europea i due stati che forniscono più fondi per la Difesa sono la Francia, 2,1% e la Gran Bretagna 2,6%.
Percentuali che se fossero aggiunte alle spese per la Giustizia, la cultura, l’ambiente e l’energie rinnovabili migliorerebbero lo stile di vita di tutti i cittadini, ma questa sarebbe un’altra storia. La spending review è andata ad intaccare la Sanità, l’Istruzione pubblica e il mondo del lavoro e ha lasciato la sezione Difesa completamente vergine. Il ministro Di Paola ha posto l’accento sulla recente legge di stabilità che prevedeva il taglio di 1,5 miliardi al ministero ed ha aggiunto che “nel triennio 2013-2015 dovremo fare a meno di 18 mila unità militari, in un lasso di tempo che può aumentare di due anni per tenere conto dei tempi dei pensionamenti. A questo va ad aggiungersi il taglio di 3 mila civili su un organico di 30 mila”.
La spesa militare al momento non è sicuramente nelle priorità degli italiani e l’auspicio della rete disarmo è che il governo tenga conto delle firme che gli sono state consegnate e faccia un cambiamento di rotta per quanto riguarda la spesa pubblica.












