Concertazione, chi era costei?
di Isabella Zacco
Bisogna proprio riprendere in mano i libri di storia moderna, i primi dell’800, e poi la prima metà del ‘900, in Europa, se non si vuole davvero andare indietro a ricordare antiche schiavitù (lasciamo stare quelle dei giorni nostri, si aprirebbe un abisso di orrori), per capire che le conquiste dei diritti nel mondo del lavoro, le condizioni non più disumane, la parità di trattamento tra uomini e donne, la tutela della salute, l’esclusione del lavoro minorile, sono novità, nella storia umana, di origine recente. E che i lavori sono ancora in corso. Il fatto è che, nonostante la relativa giovane età di queste conquiste, nell’arco della storia umana, oggi sembra che sia sempre stato così, senza fatica, senza lotta, e quasi ci passano con indifferenza, sotto gli occhi, i passi indietro che i diritti, anche nel mondo del lavoro, stanno facendo. Ogni giorno viene erosa qualche briciola o qualche sasso della roccia che sembrava incorruttibile, e l’indignazione lascia sempre più il posto alla rassegnazione, tanto si sa c’è la crisi, o così o niente.
E quindi anche questa splendida parola, “concertazione”, mutuata dal mondo della musica, tanto abile a far intravedere un’unica melodia che nasce da così diversi strumenti, che da soli non produrrebbero certo simili effetti, ma insieme si, lo fanno, questa splendida parola viene a sottolineare ancora una volta un degrado dei diritti, quasi una colpa, un addebito per la crisi attuale. Come se non il “concertare”, non il parlare, il confrontarsi, l’accordarsi gli uni con gli altri, perché gli uni conoscono i problemi dei lavoratori, gli altri i problemi economici a monte, le ristrettezze dei tempi attuali, non questa relazione e scambio insomma potesse produrre buoni frutti, ma cosa altrimenti? L’imposizione del “padrone delle ferriere” sui più deboli? Bella scoperta, l’avevamo appunto studiata tempo fa sui libri di storia, l’alternativa era la fame, quella vera, o la morte, ma oggi non sembra che ne siamo molto lontani. Eppure un percorso dei diritti dovrebbe aver lasciato almeno gli strumenti per operare, altrimenti, in tempi di crisi, si potrebbe arrivare a buttare all’aria anche la Costituzione, addirittura, e dire allegramente che “il lavoro non è un diritto”, perché bisogna conquistarselo!













