Cinecittà, l’hub di Abete passa per la procura
di Francesco Pirillo
La cultura non s’ha da fare. Sembra questo il destino cinematografico di Roma. I lavoratori di Cinecittà sono in sciopero e agitazione dallo scorso 4 luglio, occupano il tetto e l’interno della struttura e la loro lotta continuerà fino a quando non sarà raggiunto un accordo tra i lavoratori, i sindacati e lo Ieg (Italian Entertainment Group) con a capo Luigi Abete.
Il prossimo giovedì ci sarà un incontro presso il Campidoglio tra il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, Luigi Abete, proprietario del pacchetto di maggioranza di Cinecittà Studios che dal 1997 detiene il potere di Cinecittà, e i lavoratori-operai che occupano l’Hollywood romana.
Intanto, il senatore dell’Idv Stefano Pedica ha inviato un esposto alla Procura di Roma sul piano industriale in questione e nelle interviste che ha lasciato alle agenzie ha riferito che “il piano annunciato in conferenza dallo Ieg prevede, oltre alla realizzazione di un teatro di posa, anche la costruzione nello stesso complesso immobiliare di due piscine e di un parcheggio da seimila posti. Se questo è il piano di rilancio definito da Luigi Abete c’è da preoccuparsi. E a poi aggiunto che “il futuro di Cinecittà passa dalla valorizzazione della cultura e non dalla cementificazione”.
Le sorti di Cinecittà preoccupano un po’ tutto il mondo politico e l’intero mondo culturale italiano e la paura che tutto possa ridursi ad un polo prima economico e poi culturale è grande. Luigi Abete, intervenuto sabato scorso all’Ischia Global Fest ha dichiarato che “è falso che il complesso rischi la chiusura. In questo momento stiamo semmai riorganizzando l’azienda ed ampliando i servizi. Non c’è alcuna speculazione edilizia. Cinecittà dovrà trasformarsi in un grande hub per la produzione internazionale. Vogliamo continuare – ha proseguito Abete – ad essere il più importante studio di area mediterranea o continuare a cedere quote all’Est dove ormai vengono delocalizzate le produzioni anche italiane?”
Sul tema del lavoro il presidente ha continuato affermando che “non si può ritardare una modernizzazione per di più senza tagliare salari né posti di lavoro in un contesto italiano di licenziamenti e chiusure di aziende. La posizione dei sindacati è assurda”.
Inoltre, la situazione dei cinema all’interno dell’urbe è diventata ormai critica. La chiusura del cinema Metropolitan, storico multisala con sede a via del Corso, preferito tra gli altri da Federico Fellini e Giulietta Masina, colonne portanti del vanto cinematografico nostrano, è dura da digerire e il prossimo a chiudere sarà il cinema Maestoso nel quartiere Appio-S. Giovanni. Al suo posto è previsto un centro commerciale e la decisione non è stata certo ben digerita dai residenti e dagli appassionati. La promotrice di uno spontaneo comitato di quartiere ha dichiarato: “Stiamo facendo una raccolta firme per impedire quest’ennesimo attacco alla cultura della Capitale. Non ci meritiamo un altro centro commerciale. Noi lottiamo in nome della Cultura”.
A questa probabile chiusura, se ne aggiungono altre non di poco conto. L’Etoile di P.zza S. Lorenzo in Lucina, nel cuore della capitale, venduto ad una multinazionale della moda; il Paris di Via Magna Grecia e il Golden di Via Taranto sempre nei pressi di San Giovanni e non ultimo il tentativo di trasformare l’ex Cinema Palazzo nel quartiere San Lorenzo in un casinò.
Il cinema, ma in generale la cultura nella sua massima accezione fanno fatica a rimanere in vita in questi tempi di crisi economico-culturale in cui non si pensa ad istruire e a far conoscere, bensì si cerca di appiattire il modus vivendi della popolazione aumentando i luoghi di uso e mero consumo fine a se stesso. Negli anni ’90 i primi centri sociali occupati avanzavano al grido di meno centri commerciali e più centri sociali. Forse questa non sarà la moderna soluzione, ma sicuramente è stata una valida alternativa.













