Pubblicato il: lun, Lug 16th, 2012

I dati confermano: troppi cervelli in fuga, ma la manodopera straniera sceglie l’Italia

di Angela Amarante

Sono soprattutto medici, ingegneri, fisici e architetti a trasferirsi all’estero, stanchi di non vedere possibilità di carriera nonostante il merito e gli sforzi compiuti. Una fuga costante, che comporta per l’Italia non solo la perdita di competenze e nuove opportunità, ma anche di guadagno: duecento milioni persi ogni anno nell’arco 1989-2009, solo calcolando il valore economico dei brevetti depositati dai 20 principali scienziati italiani emigrati all’estero (dati Icom).

I motivi del trasferimento all’estero sono almeno tre: il primo riguarda la carenza di fondi investiti nella ricerca. I soldi pubblici destinati a questa finalità sono infatti drasticamente inferiori agli altri paesi.
Il secondo è di natura storica, ed è legato alle scelte legislative in materia di politica universitaria effettuate fra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80, quando si scelse di consentire avanzamenti di livello nella carriera universitaria senza concorso, ma sulla base di semplici prove di idoneità personali. Migliaia di persone beneficiarono di questa legge che riempì le strutture di ricerca e non consentì l’avvio di concorsi per lungo tempo, costringendo brillanti studiosi a cercare altrove un impiego.
L’ultimo motivo risiede nella mancanza, fino ad oggi, di politiche di qualità nell’università.

L’estero appare ben più redditizio, almeno per l’80% dei ricercatori. Così, i giovani italiani abbandonano il loro paese per cercare fortuna altrove. Ma per ogni cervello che fugge, due braccia approdano sullo Stivale.

È quanto emerge dai dati della Commissione Europea, rielaborati in una ricerca del Cnel e del Forum dei Giovani: tra il 1997 e il 2010 sono arrivati dall’Europa undicimila lavoratori regolari, contro i diecimila partiti dall’Italia. I migranti europei che lavorano in Italia sono professionisti dell’area sanitaria, ma non solo. Infermieri specializzati e non, fisioterapisti, estetiste, elettricisti, parrucchieri. Sono soprattutto professionisti romeni (5.125 tra il 2007 e il 2010), seguiti dagli spagnoli (1.306) e dai tedeschi (1.030). Dall’Italia, invece, si sono allontanati lavoratori altamente qualificati: 2.640 medici, 1.327 insegnanti delle scuole superiori, 596 avvocati, 214 architetti.

È vero che i giovani italiani tendenzialmente disertano i lavori manuali, e lo dimostrano le ricerche effettuate da Confartigianato, che valutano al 20,8% la difficoltà ad assumere falegnami, idraulici, panettieri, nonostante in questi settori i posti di lavoro non manchino. Ma è anche vero che, in Italia, si entra nel lavoro per anzianità e non per merito. Molta burocrazia,  poco sostegno, poco valore attribuito al merito.

Troppi i disincentivi per quanti aspirano a posizioni importanti e ben retribuite, ma sembra non valere lo stesso per quanti svolgono attività più “umili”, ma non per questo meno utili. La ricerca della Commissione Europea prevede per l’Italia un futuro pieno di anziani nei mestieri di rilievo e di stranieri nei lavori secondari.