“Divide et impera”, Assad ha studiato la lezione
di Michele Zagni
Continuano a tenere banco le drammatiche vicende della Siria, dopo la strage di Treimsa le ultime notizie parlano di uno spostamento di armi chimiche dai depositi militari dell’esercito siriano a destinazione ignota. La Siria ha iniziato a produrre, con l’aiuto di Egitto prima ed Iran poi, armi chimiche (tra cui cianuro, gas nervino tipo sarin, gas mostarda, lanciabili da missili terra-terra, artiglieria ed aerei) già negli anni 70, ed è uno dei paesi a non aver mai firmato la convenzione del 1992 che rende illegale il possesso e la produzione di tali armi. Le ragioni dello spostamento sono ignote, c’è chi teme un uso di armi chimiche contro i ribelli, chi la ritiene solo una sorta di dimostrazione di forza o un tentativo di confondere le potenze occidentali, chi come Israele pensa sia stato solo per non farle cadere in mani nemiche.
Quello che è certo è che non contribuisce affatto a raffreddare la tensione internazionale intorno al caso Siria: si parla di un possibile uso della forza da parte di Washington proprio per mettere in sicurezza questi arsenali di armi non convenzionali, operazione per la quale sono già state svolte esercitazioni in Giordania e che prevederebbe l’impiego di oltre 75.000 uomini.
Mentre l’America preme per imporre nuove sanzioni al governo di Assad, la Russia continua a mostrarsi contraria a qualsiasi iniziativa in tal senso, facendo anzi proseguire il viaggio della nave cargo “Alaed”, con il suo carico di missili ed elicotteri russi destinati ad appoggiare le forze del regime siriano.
A nulla sono servite le dure parole del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che all’indomani della strage di Treimsa ha definito l’inazione dell’ONU una “licenza di massacro”. Gli osservatori dell’ONU non sono potuti entrare per indagare sul massacro, a causa del fuoco continuo di elicotteri e razzi.
La tattica ormai consolidata del regime di Assad è quella di fare circondare i villaggi, soprattutto sunniti, dopo che l’esercito li ha bombardati, da bande di shabiha, i “fantasmi”: si tratta spesso di giovani senza alcuna istruzione, contrabbandieri, delinquenti comuni, usati come milizia del regime per seminare il terrore tra la popolazione.
Vengono inviati in villaggi lontani dal proprio, se si rifiutano possono essere uccisi. Non si sa se siano siriani o meno, certo è che portano addosso simboli della minoranza sciita, la stessa del presidente Assad, e nel compiere le loro stragi lasciano sempre qualcuno in vita perchè possa testimoniare. Secondo un giovane alauita “disertore”, lo stesso ceppo sciita del presidente Bashar Assad, lo scopo di queste milizie, confermato anche dai simboli sciiti indossati “troppo evidenti per essere veri”, sarebbe quello di fomentare l’odio tra sciiti (aluiti soprattutto) e sunniti, in maniera tale che possa estendersi oltre la Siria fino al Libano ed alla Turchia, facendo passare in secondo piano la sanguinosa rivoluzione siriana.
Il conflitto in corso, secondo diversi intellettuali locali, è più una questione di potere che non di religione, ma la strategia di Assad di farlo diventare una “guerra interconfessionale” sta funzionando, ormai la gente “uccide e basta”, il pensiero che eliminare la minoranza alauita del presidente Assad possa risolvere il problema, si sta diffondendo.
A conferma di quanto detto, le parole del ventinovenne “Bassel Ibrahim”, alauita passato all’opposizione, raccontano come Assad avrebbe organizzato, all’inizio della rivoluzione, attentati nei quartieri alauiti spargendo la voce che fossero opera dei sunniti: l’antico suggerimento latino su come affrontare il nemico, in questo caso i propri concittadini, è purtroppo ancora valido.
La Siria è ad un passo dalla guerra civile mentre l’ONU assiste impotente, imbavagliata dalle resistenze di Cina e soprattutto Russia, e intanto le bande di shabiha continuano a seminare il terrore.













