Billy Idol live a Hydrogen Festival, Piazzola sul Brenta (PD), primi veri concerti rock
di Matteo Molon
Arrivare ad un concerto di Billy Idol è come arrivare all’ingresso di un’enorme discoteca ibizenca, con l’accalcarsi di ballerini a premere sulle transenne – forse per questo i dj oggi vengono equiparati alle rockstar.
L’aria che si respirava lo scorso sabato 7 luglio era la medesima: stessa elettricità, stessa gioia, stesse vibrazioni, in un cielo dorato e chiaro che piano piano calava la sua luce nascondendosi dietro Villa Contarini, la costruzione d’epoca veneta che fa da sfondo a tutti i concerti dell’Hydrogen Festival. L’evento musicale raccoglie a Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova, alcuni tra i migliori nomi della scena musicale nazionale ed internazionale, da Franco Battiato a Ben Harper.
Il concerto di uno degli Idoli del rock rappresenta però qualcosa in più. L’accatastarsi di gente e bottiglie rotte per terra già ad un’ora dall’inizio fa ricordare, come detto, le scorribande per le strade di Ibiza, dove vige il classico di riempire le strade e bere qualche bicchiere.
Quello che esalta particolarmente gli animi è una caratteristica prepotentemente “spinta” nel sistema sonoro di Idol: un rock ‘n roll di prima maniera, con batterie e chitarre più chiare e decise, un rock che vuole fare emozionare ma prima di tutto ballare, in modo lento o veloce. Il ballo risulta essere la spina dorsale, che viene fatta muovere ininterrottamente per due ore. Logicamente, è da precisare, l’attitudine è prettamente punk, quindi la rapidità è il credo e i pezzi rallentati l’eccezione alla regola.
La spaziosa piazza antistante alla villa veneta viene così riempita da una folla numerosa che si ammassa sotto al palco; sulle gradinate che lo coronano alcuni stanno addirittura sospesi, come in attesa di volare, non per sedersi ma per poter ammirare dall’alto la vasta regalità della serata. Il palco, Idol e la band sono un rubino rosso, il pubblico e le gradinate la fascia dorata che lo racchiudono.
Nel frattempo gli omaccioni della security controllano i biglietti, i primi pezzi di vetro tintinnano dimenticati sotto i piedi, alcune ragazze un po’ svestite appaiono davanti agli occhi accompagnate da ragazzi in giubbotti di pelle nera, lucida e spavalda come i loro sguardi. Il tutto si unisce in un carnevale di colori, in una continua confusione tra baracchini, postazioni di alcuni sponsor e bar ambulanti. Le figure passano di scena in scena nella pellicola mentale che si sta registrando, e andando un po’ più a fondo nella folla si scorge un’altra particolarità di questa marea umana incalzante: tra il pubblico accorso a vedere il rocker inglese non vi sono solo giovani, ma anche persone sulla quarantina che hanno tutta l’aria di essere tra i fan che a vent’anni vestivano sdruciti e sporchi, inneggiando all’anarchia punk, e che ora si ritrovano in giacca e cravatta dietro ad uno sportello bancario, magari con qualche figlio a carico a cui insegnare i valori cristiani per non farlo sentire diverso dalla cultura dominante. Ma questo è un altro discorso, la musica è musica e il bello è anche il suo saper accomunare persone diverse nello stile di vita, facendo presa, premendo sullo stare bene, sapendo lasciare fuori per una sera la ripetitività della vita quotidiana.
Manca poco, e tra un bicchiere di birra preso in compagnia e qualche chiacchiera, il buio cala all’improvviso e immediatamente si accendono le luci sul palco, Billy Idol e il gruppo escono, gli strumenti si innalzano al cielo. E’ un momento in cui dietro la facciata della villa l’ultimo rossore si sta attenuando, nuovi fuochi e fiamme si accendono a pochi metri da chi li osserva e la natura fa il suo corso benedendo l’indiavolato che si leva a gran voce, sorretto delle urla della folla impazzita. Sono grida di gioia, grida eccitate, dense di un piacere leggero e caldo come l’estate che le sta regalando.
Le prime canzoni sono una fiammata che si sussegue ad un’altra, un muro di suono impenetrabile, un movimento disciolto al fulmicotone che trasforma la piazza di Villa Contarini in un’enorme pista da ballo. Il rock si fa dancefloor e il pubblico non appare fatto di rockers ma di pura club culture. Il pubblico continua a cantare e a dimenarsi senza sosta, seguendo a tempo le teste e i corpi stretti, corpi saltanti in su e in giù, quasi come un immenso cuore pompante di vivida emoglobina rispetto al resto del mondo.
Ognuno è qui per un Billy Idol, che a cinquant’anni suonati ancora si agita e canta con la stessa energia di un adolescente in piena ondata ormonale, a petto nudo lancia la voce e tocca con mano il pubblico, sorretto solamente alle spalle da una giacca di pelle nera, come quelle indossate all’entrata dai fan. L’essere fuori dagli schemi, “cattivi”, è la prospettiva che fa da padrona, in un collante in cui si immedesimano gli ascoltatori, un collante portato avanti dalle leggende apparse negli anni d’oro. Grazie al concerto di Idol i più giovani riescono a conoscere questa cultura, facendosi trascinare e vivendo il loro primo vero concerto rock con una carica esplosiva di amore per la musica, il divertimento, l’individualità originale e la libertà d’espressione.
Continua così lo spettacolo, nel quale arrivano attimi più rilassati, come quando il cantante si esibisce in “Eyes Without a Face” ad esempio; attimi perfetti per sedersi e riprendere fiato. A gambe accavallate le anime nel buio tetro, illuminato solo dalle fiamme davanti loro, sembrano uscire dai corpi mischiando la loro forma spettrale a quella del fumo, fuggente verso l’aereo passante a varie miglia sopra le teste; chissà, forse per spiare il Billy Idol appena scomparso dietro al backstage, o forse per mostrare la reale entità che le persone assumono durante la notte.
In questa accaldata pausa arriva nel centro del palco il chitarrista della band, il monumentale Steve Stevens. Un look alla Robert Smith dei Cure meno alla moda e più trasandato, lasciato andare probabilmente per l’amore verso la chitarra, che inizia a suonare in un assolo estenuante da quanto impeccabile: tecnica e piacere, una perfezione che appare non avere limiti all’inesperto che la ammira per la prima volta, macchiata soltanto dalle distorsioni sonore, elettriche, che le corde tese prendono. Alla fine dell’esecuzione arriva un boato che sembra scaraventare via l’aria “ammuffita” delle zone provinciali padovane, un’aria che durante la pausa aveva già trovato sfortunata occasione di potersi riadagiare su queste terre, nebbiose d’inverno e strozzanti d’afa d’estate. Ma il rock no, il rock è liberazione, e alla fine di tutto Billy Idol, incitato dai fan a tornare per l’ultima volta, per un bis agognato, scatena l’ultimo inferno di sudore, e brillando dai suoi capelli biondi, intona la top delle hit : Rebel Yell.
Terminato il brano, visibilmente emozionato dalla partecipazione del pubblico, ringrazia a più riprese, ”siamo noi ascoltatori che abbiamo reso la sua vita fantastica” esclama con animo in inglese, il pubblico applaude, e all’improvviso lui e i suoi compagni scompaiono, le luci si abbassano. E’ la sensazione di essersi appena svegliati da un sogno. Di una notte di mezza estate.











