Pubblicato il: sab, lug 14th, 2012

Il lato sepolto della storia: le voci silenziose delle donne dimenticate – Il Rinascimento

di Chiara Gagliardi

(terza parte – segue da Il Medioevo)

“Giovanna d’Arco all’incoronazione di Carlo VI” di Jean-Auguste Dominique Ingres

Lo spartiacque fra la vecchia età del Medioevo e quella del Rinascimento, che vede una fioritura tutta italiana delle arti e della cultura, è convenzionalmente segnato dalla scoperta dell’America, nel 1492: tuttavia, in questo caso non si può parlare di un passaggio secco tra le due epoche. Il mutamento graduale di società e cultura era già iniziato a partire dalle prime signorie, a cavallo tra il 1200 e il 1300: è quel periodo, chiamato Basso Medioevo, in cui i feudatari vanno perdendo il loro potere, per lasciare il posto ai comuni, mentre si fa strada il nuovo pensiero umanistico. Con l’arrivo della nuova epoca, le donne vedono ridimensionato il proprio ruolo: da oggetto del desiderio del cavaliere, da angelo salvifico dell’uomo, esse diventano in tutto e per tutto figlie, mogli, vedove. Se nel Medioevo la donna aveva un’importanza semplicemente spirituale, ora anche questa viene meno. Tra il Trecento e il Cinquecento la femmina passa direttamente dalla casa del padre alla casa del marito. Per quanto lo stile di vita si mantenga in ogni caso buono e la miseria medioevale si affievolisca, davanti alle ragazze si prospetta una ben magra scelta: o un matrimonio combinato, o la vita in convento. La nascita di una figlia comporta, per il padre, il dovere di procurarle una dote adeguata, ed è per questo che l’educazione femminile nel Rinascimento non è nemmeno paragonabile a quella impartita all’uomo. Una donna deve imparare tutto ciò che, esclusivamente, la rende una brava moglie: il cucito, il ricamo, i valori morali della castità e della virtù. Diversamente dal Medioevo, i titoli nobiliari si ereditano ora solo dal padre, e non più dalla madre, che in ogni caso deve affrontare il sapore amaro di un matrimonio non deciso e la fatica di crescere una famiglia numerosa (è usanza tipica il far nascere anche sette od otto figli). Si ha notizia di qualche donna nello scenario politico, ma sempre affiancata ad un marito potente: si torna a piegare verso il basso la corolla del fiore dell’emancipazione femminile.

Forse per merito della reclusione in casa, si nota un certo avvicinamento delle donne alla poesia ed alla cultura: bisogna ricordare la figura di Vittoria Colonna, marchesa di Pescara. Donna estremamente colta, può essere definita una femminista ante litteram: viene ricordata come la “musa” di Michelangelo, artista con cui strinse un sodalizio. Sono famose le sue lettere e le sue rime, in cui parla della vita coniugale obbligata della donna rinascimentale: si definisce “dolente ed abbandonata”, in solitudine eppure ufficialmente sposata. Vittoria Colonna scrisse anche molte lettere di argomento religioso: è la crisi che precede lo scisma. Accusata di eresia, fu perseguitata dall’Inquisizione ancora in piedi fino a dopo la sua morte.

Una donna, forse una sola, è stata esaltata in questo periodo fino a diventare una figura quasi leggendaria: si parla di Giovanna d’Arco, guerriera e combattente che seppe comandare le truppe francesi contro gli inglesi. La sua storia quasi si perde nella leggenda: animata da una grande fede religiosa, si spinse dove nessuna donna, della sua epoca e delle età passate, si era mai spinta. Un comandante femmina, però, era difficile da accettare: a ventinove anni Giovanna d’Arco brucia sul rogo, mentre è ancora vivo lo spauracchio della stregoneria. Diversamente da tante altre donne coraggiose, Giovanna d’Arco viene riabilitata solamente trent’anni dopo, e la sua figura acquista una progressiva importanza nell’immaginario collettivo.

“Autoritratto” di Caterina Van Hemessen

Una delle mogli più note del Cinquecento è la protagonista di Rinascimento Privato, famoso romanzo di Maria Bellonci: stiamo parlando di Isabella d’Este, originaria di Ferrara ma consorte dei Gonzaga di Mantova. Cognata di Lucrezia Borgia, altro nome femminile importante nella politica dell’epoca, divenne reggente della città dopo la morte del marito, essendo il figlio Federico troppo giovane per ricevere il titolo. Il suo ruolo di donna di comando risultò presto scomodo a molti, anche allo stesso figlio, che la estraniò dalla corte, mandandola in esilio a Roma. La cognata di Isabella, Lucrezia Borgia, ha invece una nomea più negativa: la sua fama di femme fatale la accompagnò per tutta la sua vita. Donna non nuova a congiure ed implicazioni politiche, di sicuro fu una figura anticonformista e ribelle: con i suoi tre matrimoni, non incarnò certo la moglie ideale tanto ventilata (non è da dimenticare, inoltre, che Lucrezia Borgia era la figlia illegittima di papa Alessandro VI).

L’importante novità rinascimentale è l’apertura alla donne del mondo artistico: abbiamo notizia di numerose pittrici, anche se tutte figlie d’arte e mai considerate alla pari dei loro colleghi uomini. Oltre a qualche successo italiano, come nel caso delle figlie di Tintoretto e Luca Longhi, la sorpresa arriva dalle Fiandre: i ritratti di Caterina van Hemessen, figlia del pittore Jan Sanders Van Hemessen, sono molto apprezzati nei Paesi Bassi e portano la donna a raggiungere una discreta posizione come pittrice fiamminga. Levina Teerlinc, figlia del miniaturista Simon Bening, entra invece nelle grazie del reali inglesi, diventando la ritrattista di corte.

Il titolo di “figlia, moglie, vedova” risulta quindi un po’ stretto alle multiformi donne rinascimentali, che, in un contesto di sicuro non favorevole per loro, cercano di sopperire all’educazione più scarna dilettandosi nella cultura. Una volta tolto l’onore (e l’onere) dell’importanza spirituale, alle donne, come in età latina, restano una casa da gestire, un marito da soddisfare e poche possibilità di successo. Solo che, diversamente dai tempi di Roma, come si evince dalle loro testimonianze, c’è già il germoglio di una nuova consapevolezza.

(continua sabato 21 luglio)

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