Il Codice Guala è ancora seguito dai giornalisti di oggi? Il caso del servizio di Tg La7
di Genesio
“Non è consentita la rappresentazione di scene e vicende che possano turbare la pace sociale o l’ordine pubblico. L’incitamento all’odio di classe e la sua esaltazione sono proibiti. Sabotaggi, attentati alla pubblica incolumità, conflitti con le forze di polizia, disordini pubblici possono essere rappresentati con somma cautela e sempre in modo che ne risalti ben chiara la condanna.”
L’estratto è dal Codice Guala, il regolamento di autocensura dei giornalisti del Telegiornale che filtrava ogni notizia per forgiare l’egemonia mediatica democristiana, seguendo fedelmente gli ordini del partito e della Chiesa. La televisione aveva un solo canale e più che di Stato era un Tv di governo. Il tema più spinoso e trattato era la famiglia, di cui non bisognava mai mettere in discussione centralità e moralità, tanto che ogni notizia che ne rappresentasse una rottura doveva essere esposta in termini di netta riprovazione. Tuttavia, anche la tutela dell’onore dello stato e del suo braccio armato aveva una priorità eccellente, e mai si vedeva una divisa macchiata d’infamia.
Oggi le cose son cambiate, e il capo della Polizia Manganelli invece di negare d’ufficio ha chiesto scusa per il comportamento dei suoi vertici, condannati per aver falsificato verbali, depistato le indagini e aver fabbricato le false molotov per coprire le violenze sui ragazzi della scuola Diaz.
Il TG di LA7 sta cercando da qualche anno di scalzare il TG1, diventando Il TG istituzionale d’Italia. La cavalcata sta procedendo bene, e lo share raggiunto dall’edizione delle 20.00 è dell’8%. Ma nella peggiore delle tradizioni del Telegiornale (di cui lo stesso Mentana era stato conduttore) la notizia è stata commentata da servizio principalmente centrato sulla grave perdita che subiranno le nostre forze di polizia, private dei propri vertici. C’è la condanna, certamente, ai fatti commessi; vengono riportate le scuse di Manganelli e il rammarico della Ministra dell’Interno Cancellieri, ma il maggior minutaggio del servizio (minuto 25 circa del video) è speso raccontando i risultati grandiosi del “fiorfiore dell’intelligence” condannata e la perdita per il paese che rappresenterà l’interdizione di “una generazione di investigatori di primissimo piano” per cinque anni dai pubblici uffici, provocata dal “diktat della Cassazione” che ha “bruciato prospettive di carriera”. Dopo aver esposto le ragioni delle condanne, ammette che grazie a un condono nessuno andrà in galera, ma sottolinea che “le carriere saranno compromesse”.
Nessuno nega che lo Stato perde alcuni trai suoi migliori investigatori, ma sarebbe stata una notizia migliore raccontare un Paese che non protegge a oltranza i vertici delle Forze Armate che hanno sbagliato, ma ne verifica l’operato ed eventualmente li punisce.
Come sapeva bene Guala, il linguaggio nell’informazione televisiva non è mai neutrale, e la parola diktat non è, di solito, troppo positiva, né è mai auspicabile il bruciare le carriere radianti del fiorfiore di una generazione di investigatori di primissimo piano. Ecco perché il messaggio del servizio sembra essere chiaro.
Il Codice Guala non sembra essere stato ancora sepolto dall’informazione televisiva.













