Come si muove un disabile in città? Tra lampioni, biciclette e buche, un viaggio sul sedile di una carrozzella
di Martina Maggio e Andrea Gentili
L’esperienza diretta spesso aiuta a capire ciò che appare estraneo. È difficile comprendere cosa si prova a viaggiare in carrozzina, anche solo per poche ore, e sentirsi addosso gli occhi di tutti. A Verona noi l’abbiamo provato. La Onlus “Il Villaggio” ci ha aiutato nella realizzazione del nostro pomeriggio, prestandoci per l’occasione una carrozzina pieghevole. Il nostro progetto era finalizzato a capire come un disabile in carrozzella viva Verona: ci siamo calati nei panni di un disabile e del suo accompagnatore occupati a spendere un sabato pomeriggio tra le vie del centro. Per spostarci abbiamo scelto di utilizzare il trasporto pubblico veronese, iniziando il nostro percorso dal quartiere Saval.
L’urbanistica di questo quartiere è desolante: i marciapiedi sono dismessi, spesso stretti, e più d’uno presenta una inclinazione verso il manto stradale impercettibile a chi è normodotato, ma veramente pericolosa per chi si trova seduto in carrozzella, costretto ogni volta a deviare la direzione di marcia per cercare di stare in “equilibrio”. Operazione di per sé assai complicata se si è da soli e su marciapiedi come quelli del Saval, cosparsi di buche e ciottoli. E noi stessi, non ce ne eravamo mai resi conto. Perché camminiamo, non sentiamo i mini sassolini deviarci il percorso, non dobbiamo camminare all’indietro per salire su un dislivello di pochissimi centimetri. La situazione si complica poi quando ci si ritrova, come in Via Dandolo, con un lampione cresciuto in mezzo al marciapiede. Chi l’ha innaffiato probabilmente non aveva pensato alla possibilità che una carrozzina potesse mai transitare su quel marciapiede. E questo è solo uno dei tanti lampioni e pali piantati in mezzo al camminamento pedonale che si possono trovare ovunque a Verona, di cui però non ci si accorge fino a quando non ci si sbatte contro il naso.
Ci fermiamo a prendere i biglietti per il bus, ma il disabile è obbligato ad aspettare fuori, semplicemente per il motivo che la tabaccheria ha un piccolo scalino sulla porta d’entrata, che in ogni caso è comunque molto stretta, adatta solo a una persona in grado di camminare. Raggiungere la fermata è invece una missione impossibile, nemmeno Tom Cruise aveva mai osato tanto. Nonostante si trovi a pochi metri dal tabaccaio, la pensilina, posta in Via Emo, è affiancata da dei giardinetti, il che rende un’impresa assai ardua raggiungerla dal lato posteriore. Il disabile deve quindi spingersi verso il lato esterno del marciapiede, una vera e propria strettoia che dà sulla strada, operazione questa difficilissima per colpa della pessima condizione dell’asfalto: le radici degli alberi lo hanno spaccato, provocando buche, crepe e avvallamenti degni di un Canyon dei migliori film d’epoca.
Nota di merito va invece al trasporto pubblico. Il conducente non appena vede la carrozzina e dopo aver accostato, scende immediatamente per aiutarci a salire, facendo calare la pedana. Il viaggio non è dei più comodi, ma più per difetti della carrozzina in sé (non funzionavano i freni sulle ruote) che per brusche frenate o per manovre azzardate dell’autista. Il centro storico è ben percorribile, gli spazi sono grandi, e a parte poche attenzioni, come quella di evitare le vie più trafficate e i sanpietrini mancanti, ci si muove agevolmente, soprattutto in zona Bra – Piazza Erbe. Verso Porta Leoni il discorso cambia, perché per passare dalla zona archeologica degli scavi ai due marciapiedi laterali ci sono solo due soluzioni. La prima è quella di affrontare in carrozzina 3 scalini sul lato gelateria. La seconda è quella di avventurarsi alla discesa della rampa, che, siccome è costruita con i più severi crismi dell’architettura, presenta un dislivello di 5 centimetri buoni dalla fine di essa al marciapiede. Un vero e proprio burrone per ogni ruota, e non solo quelle della carrozzina. Anche l’esperienza in bicicletta conferma che quella rampa è meglio evitarla.
Anche attraversare il Ponte Navi non è semplice, perché a meno di non essere investiti camminando in mezzo all’incrocio davanti alla chiesa di San Fermo, si è costretti ad attraversare la strada sulle strisce pedonali di Lungadige Rubele dove lo spazio è poco e chiuso dalla ringhiera, e si creano traffico e ingorghi per quelle persone che marciano in direzione opposta e non riescono a spostarsi per lasciar passare. A Veronetta i marciapiedi sono stretti e non ci si sta con la carrozzina, ma d’altronde la strada è pericolosa per una carrozzina pieghevole, e quindi per non rischiare di essere investiti, bisogna prestare molta attenzione. La biblioteca Frinzi rimane molto praticabile e accessibile. È attrezzata per i disabili, ci sono i bagni, i tavoli sono all’altezza, e gli spazi sono larghi.
Torniamo in centro città, per rilassarci e ordinare un caffè al bar Kappa. Inutile dire che dentro i disabili non possono entrare. A parte il solito scalino all’interno, questa volta particolarmente alto, la porta è stretta, strettissima. Niente da fare, il caffè lo prendiamo fuori. Da qua un’altra sensazione, quella di freddo, a cui non avevamo mai pensato. Stare ore e ore fuori seduto, senza scaldare i muscoli delle gambe fa salire i brividi lungo tutto il corpo. Dopo aver pagato, ci dirigiamo ai Portoni Borsari, percorrendo però una strada alternativa al corso omonimo. Da piazza Erbe imbocchiamo vicolo Monte, una stradina dietro un bazar di giornali: avevamo visto bene il percorso, infatti all’inizio del vicolo ci sono due gradini, affiancati però da una rampa. Giusto per noi. Peccato che la rampa avesse una pendenza molto ripida, ed è difficile per l’accompagnatore spingere la carrozzella, pur con l’aiuto del disabile. Arrivati all’incrocio con via Emilei giriamo a sinistra, per dirigerci verso il Ponte della Vittoria, ma siamo costretti a stare per strada. I marciapiedi sono tanto larghi da farci restare massimo una persona per volta e la carrozzina proprio non ci sta. Oltretutto i marciapiedi, oltre ad essere stretti, sono completamente inutilizzabili, perché non si vedono. Macchine, furgoni, motorini sono parcheggiati lungo tutta la via, ostruendo completamente i camminamenti, ma anche gran parte della strada a senso unico. Il risultato è che siamo costretti a camminare in strada, e ogni qualvolta passa una macchina dobbiamo cercare di stringerci il più possibile a ridosso degli edifici o degli automezzi parcheggiati. Arrivati a Portoni Borsari saliamo sull’autobus per il ritorno, che ci avrebbe portato al nostro punto di partenza. Pure in questo caso l’autista è molto disponibile, facendo scorrere la pedana segnando la fine della nostra esperienza.












