Pubblicato il: ven, lug 6th, 2012

Alighiero Boetti, un italiano a New York

di Anna Chiara Sardella

Boetti, Ordine disordine

E caos fu. Le menti stravolte, imprigionate, rinchiuse dal benessere e dal consumismo diedero alla luce ad una esplosione di colori fatta di pezzi di modernità. Non è casuale che proprio alla fine degli anni sessanta tutto il mondo dell’arte sceglie di distruggere il mondo, con simboliche esplosioni della società. Da qui scaturisce l’idea che l’essere umano oppresso, de-umanizzato dovesse esprimere questo suo disagio interiore.

È in quegli anni che in Italia nasce il movimento “Arte povera” nei centri nevralgici di Torino e Roma. Tutto questo fermento artistico e intellettuale si riunì intorno alla figura del critico Germano Celant, il fil rouge del movimento avanguardista italiano di Boetti, Pistoletto, Merz e Manzoni. Fu Celant stesso a dare il nome al movimento, per via dei materiali poveri usati dagli artisti di quell’epoca come il legno, il vetro e il metallo. Oggi la collezione più ampia di arte povera è custodita al Kunstmuseum Liechestein di Vaduz.

L’individuo, posto nella catena di montaggio come un automa, doveva proclamare il suo diritto etico all’esistenza con l’espressione artistica individuale: un principio che a quell’epoca andava di pari passo con il cambiamento degli orientamenti educativi del bambino e dell’adolescente da parte dell’insegnamento scolastico.

Un’altra opera del Boetti, Mettere al mondo il mondo

Alighiero Boetti, torinese, si appropria a pieno titolo di questa immagine schiavizzando le forme al servizio dei concetti e servendosi di materiali già esistenti. Concettuale fino all’osso, matematico e creativo, strutturale e beffardo, è l’identikit caratteriale del ragazzo audace che lasciò la sicura facoltà di economia per fare l’artista. D’altro canto non si può neppure ignorare l’enorme lavoro di sperimentazione sui materiali e le tecniche che l’esponente dell’arte povera ha intrapreso sin dagli anni sessanta. Ha lavorato fino alla sua morte che avvenne nel 1994 a soli 54 anni. Uno dei suoi ultimi autoritratti, insieme a quello fotografico del suo sdoppiamento, è la fedele riproduzione delle fattezze dell’artista sotto le sembianze di una statua di ferro che brandisce una pompa dell’acqua: “auto-annaffiandosi” il capo produce una fumata di vapore. Questa è la dimostrazione di come ad un anno dalla sua morte Boetti  fosse all’apice della sua più matura produzione intellettuale ed artistica.

A riconoscerlo è uno dei più grandi centri espositivi di arte contemporanea di tutto il mondo, il Museum of Modern Art di New York. In collaborazione con il museo Reina Sophia di Madrid e il Tate Modern di Londra, le più famose opere concettuali dell’artista torinese si troveranno esposte qui fino al primo di ottobre.

Alighiero Boetti, Mappa

Negli anni settanta compie una serie di viaggi con la moglie, dove si sposta in Guatemala, passando poi per l’ oriente, giungendo fino in Afganistan dove ritornerà periodicamente fino all’invasione dei russi: era il 1979. È qui che nascono i suoi primi ricami su tessuto di cui in seguito “Mappa” costituirà il più significativo ed esteticamente straordinario primo di una lunga serie. Dirà nel 1974 “le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l’idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere.”

L’idea centrale che fa di Alighiero Boetti un avanguardista è quella del ruolo dell’artista, che attorno a un’idea forma un nucleo di materia usando quello che nel mondo già esiste, riutilizzando qualcosa che è presente nella realtà. Per Boetti non c’è nulla da inventare ma solo da riportare alla luce, ricostituire, unire con altri pezzi, riplasmare. Il concetto stesso ripreso dalla fisica coincide con l’essenza stessa della materia che non si distrugge mai completamente ma si trasforma in qualcosa d’altro dal precedente, continuando ad esistere.

Clicca per iscriverti alla newsletter di Giornale Il Referendum e ricevere notifiche di nuovi articoli per e-mail.