Pride 2.0: Tomaelorgullo e OccuPride aprono frontiere
di Gianluigi Pala
da Madrid
Più o meno un milione di persone accorse da mezza Europa si sono radunate lo scorso sabato per l’annuale Gay Pride di Madrid, tappa immancabile e conclusiva del mese arcobaleno. Giugno è infatti il mese dove si concentra la maggiore attenzione verso la comunità lgtb (Lesbiche, Gay, Transessuali, Bisessuali etc.) in quanto in questo mese cade l’anniversario della nascita dei movimenti per i diritti lgtb, esattamente il 28 Giugno 1969, quando si consumarono gli scontri di Stonewall Inn a New York. A partire dall’anno seguente, nella stessa data, si decise di organizzare una marcia festiva e di rivendicazione politica in commemorazione di quei tragici eventi. A più di quarant’anni di distanza le marce orgogliose, che nel tempo hanno assunto i più svariati nomi e sono generalmente raggruppati sotto l’etichetta di Gay Pride, continuano a portare per le strade di tutto il mondo centinaia di migliaia di persone in una marea colorata ed estremamente eterogenea. Con che fine? Il Referendum si è già occupato del caso italiano ma rispondere a questa domanda con gli occhi aperti sul mondo risulta essere molto complicato. Se infatti in Italia non si riesce a cominciare a porre seriamente il problema dei diritti lgtb, in altri paesi occidentali ci si trova davanti a enormi campagne di sensibilizzazione e di attività sia istituzionale sia popolare. In alcuni paesi, come Spagna e Stati Uniti, avviene anche molto di più. Se nel Bel Paese le parole più gettonate sono DICO, unioni di fatto e libertà di baciarsi in pubblico senza essere multati, in questi paesi si maneggiano parole come pink dollar, pinkwashing, diritti trasversali, immigrazione, identità di genere, liberismo economico etc. Espressioni non certo comuni dei vocabolari rivendicativi di “primo livello”. Si sta quindi assistendo a una evoluzione dei movimenti lgtb o a un rimpasto e una rielaborazione di ciò che sino a oggi si è conquistato?
OccuPride e Tomaelorgullo sono due gruppi di lavoro all’interno dei due grandi movimenti di cittadini critici: Occupy Wall Street e Movimento 15M. Entrambi non sono stati creati dal nulla bensì, sfruttando un po’ la grande capacità organizzativa di tali maxi movimenti e la loro capacità di mobilitazione, sono per meglio capire agglutinati di assemblee, gruppi e movimenti che da anni portano avanti una critica al sistema, e con esso le logiche spesso perverse del mondo lgtb. I contesti socio politici dove sono cresciuti questi movimenti sono diversi ma gli obbiettivi coincidono quasi alla perfezione soprattutto leggendo i loro manifesti, intitolati “Assimilation = Extinction” (assimilazione uguale estinzione) e “¿ y a nosotrxs, quién nos rescata?“(e a noi chi ci salva?).
Gli Stati Uniti stanno vivendo un anno di grandi cambiamenti in tema lgtb. I primi segni che qualche cosa si stava muovendo ai piani alti della politica americana sono arrivati nel dicembre 2011 quando a Ginevra, la Segretaria di Stato Hillary Clinton dedicò un intero discorso ai diritti della comunità lgtb davanti ai leader e rappresentanti di tutti gli stati del mondo. Il grande passo è però arrivato nel maggio scorso, quando per la prima volta nella storia un Presidente degli Stati Uniti d’America si dichiara ufficialmente a favore dei matrimoni delle persone dello stesso sesso, evitando però di creare troppo scompiglio, e ricordando che il problema va risolto dai singoli stati e lui può fare ben poco. Gli Stati in compenso passano il tempo a legiferare tra veti incrociati: la maggior parte di loro bandisce categoricamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel proprio territorio, altri permettono le unioni civili, alcuni solo li riconoscono mentre altri approvano la legge ma i referendum popolari la abrogano. Gli USA sono tutto fuorché uniti in tema di diritti degli omosessuali. Per la classe conservatrice americana la questione del matrimonio omosessuale si è convertita in una specie di crociata contro il male, sempre e ovviamente in nome di Dio, pilastro fondamentale della cultura made in USA.
Arriva inoltre un altro grande segnale di svolta, il Presidente Obama pone fine alla politica del Don’t Ask, Don’t Tell (DADT) che proibiva ai gay e alle lesbiche dichiarare il proprio orientamento sessuale all’interno dell’esercito, pena la espulsione.
Ora manca solo che la Corte Suprema degli Stati Uniti decida (nel caso di accettare il caso) sulla contestata prop8, proposta popolare che bandì il matrimonio nello Stato della California pochi mesi dopo dalla sua introduzione, lasciando centinaia di coppie in un pericoloso limbo giuridico. Se la corte Suprema dichiarerà incostituzionale la Prop8 validando i matrimoni tra persone dello stesso sesso e ammettendo la loro costituzionalità, i movimenti lgtb potranno contare sull’appoggio dei massimi organi politici e giuridici.
Quello che si muove dal basso, dalla società civile, non risulta comunque alle stesse posizioni che ai piani alti.
OccuPride, per quanto ammette i grandi passi in avanti e i buoni risultati ottenuti, mette in guardia dal festeggiare e dal cullarsi troppo visto che il matrimonio è una istituzione che rischia di omologare la comunità lgtb allo schema familiare dominante negli Stati Uniti mentre l’abolizione del DADT non risolve un problema essenziale: le guerre. Se si considera oltretutto che nell’esercito si arruolano le componenti della società meno abbienti e di minoranze etniche, il filo logico-critico che OccuPride cerca di manifestare è più che lineare. Inoltre, dove sono le politiche per le persone transessuali? Quelle per coloro che esercitano la prostituzione? Per i senza tetto? Queste persone sono costantemente discriminate mentre dovrebbero avere la stessa attenzione che riceve il matrimonio. OccuPride si propone quindi come rottura con un modello della società basato sull’esclusività della famiglia consumista, come pilastro portante della società ma anche come alternativa alle rivendicazioni dei collettivi lgtb ufficiali. Non ci può essere uguaglianza e giustizia se tra le strade di New York esistono persone che devono dormire per strada ed essere obbligate a prostituirsi per sopravvivere. Anche tra di loro esistono gay, lesbiche e transessuali al contrario dell’opinione comune che vede il collettivo lgtb composto di persone altolocate, pronte a spendere migliaia di dollari in case, viaggi e inutili accessori alla moda. Quest’ultimo stereotipo è alla base della teoria del Pink Dollar.
La questione del bullismo nella società americana è un altro enorme problema. Decine di adolescenti si suicidano a causa della violenza fisica e verbale che subiscono nelle scuole e per strada. Frenare il dilagare di questo fenomeno, figlio di una cultura omologante ed estremamente esclusiva, risulta essere molto più complicato che dichiarare costituzionale il matrimonio perché in questo caso non si lavora con leggi e interpretazioni bensì con la cultura popolare, formatasi in secoli e restia al cambiamento.
Bullismo e matrimonio rappresentano perfettamente i dubbi amletici degli Stati: dedicarsi alle politiche per i cittadini lavorando sulla società civile o creare leggi che nella teoria garantiscono per tutti ma che risolvono nella pratica i problemi di pochi? In realtà le due cose non sono incompatibili ma presuppongono uno sforzo, politico ed economico, enorme se adattate contemporaneamente per qualsiasi Stato. L’errore che hanno commesso tanti Paesi, e tra questi gli Stati Uniti, è stato preferire la via corta, quella nel breve periodo: legiferare.
Dall’altra parte dell’oceano, nella vecchia Europa, la Spagna progressista si dimostra invece molto più conservatrice di quanto si pensasse. Dopo otto anni di governo socialista, guidato da Rodríguez Zapatero, al potere ci sono saliti i conservatori del Partido Popular(PP) di Rajoy. Otto anni di riforme sociali che hanno collocato il paese iberico tra i più progressisti del mondo rischiano di esser cancellati in meno di un anno con la scusa dei tagli richiesti dalla famigerata austerity.
Sul versante Lgtb i passi in avanti compiuti da Zapatero furono grandi e decisi, tra gli altri l’introduzione del matrimonio omosessuale, legalizzazione delle adozioni, grandi finanziamenti per la prevenzione e assistenza contro HIV, programmi educativi per contrastare l’omofobia nelle scuole inseriti dentro la controversa materia di educazione civica. La comunità lgtb spagnola cominciò a credere di essere arrivata finalmente al traguardo delle parti opportunità e dell’uguaglianza legale. Partito socialista (PSOE) e FELGTB (la federazione spagnola lgtb) sono stati per anni i grandi protagonisti. Non furono però esenti da critiche: il PP iniziò infatti una lunga crociata con la Chiesa cattolica spagnola e la potente Opus Dei. Il ricorso costituzionale del matrimonio fu il primo passo. Ancora oggi, dopo ben sette anni, la massima corte spagnola non si è ancora espressa. Indipendentemente dalla decisione che ne uscirà fuori un dato certo è in ogni caso l’aver monopolizzato tutta l’attenzione mediatica e il lavoro dei collettivi lgtb nazionali verso questo decisione, esattamente come nel caso della California.
Ora al governo, il PP può dedicarsi a tutte le altre riforme. È bastata una crisi economica per eliminare, con l’approvazione del pacchetto di riforme per il taglio alla spesa pubblica, tanti traguardi ottenuti negli anni. Riduzione del 75% al finanziamento alla lotta contro HIV e AIDS, esclusione dal sistema sanitario degli immigrati irregolari che non potranno più avere accesso alle cure mediche (chemioterapia, trattamenti contro HIV, etc), stravolgimento nel sistema educativo con eliminazione di tutto ciò che riguarda la tematica lgtb dai programmi, per citare alcuni esempi. Come se eliminare un paragrafo che afferma l’uguaglianza tra famiglie etero e omosessuali faccia risparmiare soldi. Il collettivo lgtb torna quindi ad essere minacciato, ma questa volta PSOE e FELGTB fanno finta di nulla, concentrandosi, come detto, solo sul matrimonio. La trans senza permesso di soggiorno che ha bisogno di cure mediche perché contagiata di HIV da un macho spagnolo non ha mai fatto parte dell’agenda progressista del partito e della federazione, ed ora men che meno.
Anche la Spagna ha quindi messo in piedi un modello della comunità lgtb dove, oltre all’eliminazione della lettera “t”, si fa riferimento a un ideale di “individuo omosessuale” stereotipato e omologato che poco riflette il variegato mondo lgtb.
Ma non tutti si sono fatti assimilare da questa costruzione che poco ha a che vedere con l’identità, bensì molto di più con l’economia. Da anni sono presenti nel territorio spagnolo gruppi e associazioni che criticano questo modello e che ogni anno organizzano un Pride alternativo a quello ufficiale, quest’ultimo reo di essere una mera sfilata di carri svuotati di contenuti politici, senza nessun tipo di rivendicazione politica e basato solo sulla logica del guadagno. Non a caso la principale associazione organizzatrice della settimana del Pride di Madrid è la AEGAL (Associazione delle Imprese e dei Professionali per Gay e Lesbiche) insieme alla FELGBT nazionale e la sua diramazione regionale di Madrid COGAM.
Anche quest’anno quindi i movimenti critici si sono dati appuntamento per organizzare un Pride alternativo sotto il nome di TOMAELORGULLO (Appropriati del Pride).
Tomaelorgullo è un gruppo di lavoro assembleare che si avvale del supporto di associazioni e assemblee ben organizzate, come l’assemblea transmaricabollo del movimento 15M (in Italia conosciuto come indignados). Politicizzare un evento come il Pride e sensibilizzare la gente su tutti i problemi della comunità lgtb oltre al matrimonio (di cui non si critica l’esistenza bensì una eccessiva attenzione monopolizzatrice) sono tra gli obiettivi centrali.
L’opinione diffusa, all’interno del Tomaleorgullo, è che quest’anno più che mai bisognerebbe tornare a far politica. Sensibilizzare contro tagli alla spesa pubblica dell’attuale governo che mettono a rischio il sistema statale di protezione dei cittadini. I gay e le lesbiche non sono solo cittadini abbienti, che occupano alti impieghi nelle imprese e che passano il tempo a spendere i soldi tra costosi vestiti e i carissimi bar che oramai occupano tutti gli spazi, privati e pubblici come le piazze, dello storico quartiere omosessuale madrileño di Chueca. I gay e le lesbiche sono anche precari e precarie, milleuristi e milleuriste, professoresse e maestri, disoccupati, immigrati, operai. La comunità lgtb non è quindi una classe sociale altolocata come stabilito dalla teoria neoliberale del Pink Money bensì una variante trasversale che attraversa tutta la società.
L’ultima settimana del mese arcobaleno di Giugno ha visto quindi la Spagna come protagonista. Da una parte migliaia e migliaia di persone accorse a fare festa, tra hotel, bar e discoteche colmi di gente. Un giro d’affari che posiziona la settimana del Pride come l’evento più redditizio della capitale spagnola. Non a caso in questi giorni il Sindaco della città (nonché consorte dell’ex primo ministro del PP Aznar) Ana Botella ha preferito mettere da parte la sua vena fondamentalista cattolica legata all’Opus Dei per far prevalere la sua visione neoliberale della città e ha permesso per l’ennesimo anno di sfilare nella centrica Gran Vía carrozze di imprese che vendono materassi o integratori per la palestra.
Come controparte però va crescendo ogni anno l’attività alternativa, alzando metaforicamente barricate così come 40 anni fa a New York, organizzando una settimana di cineforum, incursioni negli atti ufficiali e visibili del Pride (come l’apertura e la sfilata), volantinaggio, informazione e atti di protesta nei quartieri, negli ambulatori e nelle scuole e organizzando una manifestazione politica dove, alle rivendicazioni di identità lgtb, si uniscono in un mix più che omogeneo la lotta per l’occupazione giovanile, il diritto alla salute universale, una educazione pubblica e gratuita, il diritto alla salute per tutti e tutte, i diritti delle persone trans, contro le xenofobe politiche sull’immigrazione, le retate della polizia e la sua violenza, l’esclusione sociale, la privatizzazione degli spazi pubblici e la mercificazione dell’identità sessuale. Ma anche festa, dopotutto. Perché la festa è un diritto e una ricompensa al lavoro che giorno per giorno, copertura mediatica o no, viene svolto da centinaia di cittadini critici nei confronti di un modello lgtb puramente mercificato. La festa però bisogna guadagnarsela. Bisogna cominciare quindi a chiedersi se il Pride, storicamente considerata come festa conclusiva di un anno di lotte e rivendicazioni non si sia trasformato in un carnevale privo di identità che una volta all’anno permette ai gay, lesbiche, trans bisessuali intersessuali ecc. di occupare le principali vie di tante città del mondo.
Madrid e New York, così come Berlino, Tel Aviv, San Francisco, Buenos Aires e Sydney, sono esempi di ebollizione culturale, ri-creazione, critica a un modello di identità imposto che, come a livello economico, fa oramai acqua da tutte le parti non garantendo i diritti di base della comunità gay e che oltretutto cerca di omologare l’identità omosessuale al modello etero-occidentale dominante privando così quest’ultima dei suoi tratti distintivi, il tutto attuato mediante il chiamato homonazionalismo. La comunità lgtb, grazie a movimenti come OccuPride, Tomaelorgullo e il Transmaricabollo, comincia a reagire per difendere quel che di buono è stato ottenuto ma guardando avanti perché, come questi anni stanno dimostrando, le pari opportunità e i pari diritti sono ancora lontani dall’essere valori portanti della nostra Società. Il rischio è, come si sente gridare tra le strade di New York, l’estinzione della comunità lgtb per colpa di una assimilazione che invece che includere e valorizzare, elimina i valori propri e distintivi della comunità lgtb.















