Pubblicato il: mar, lug 3rd, 2012

Il 52° anniversario dell’Indipendenza della Somalia e la diaspora

di Stefano Romano

Momento di festa – Foto di Stefano Romano

Il 1° Luglio 2012, presso l’Ambasciata somala a Roma, si è celebrato il 52° anniversario dell’Indipendenza della Somalia, al grido “Soomaaliya Hanoolaato” (Viva la Somalia!), in presenza della diplomazia intera.

Questo anniversario cade in un momento molto importante, perché in questi giorni a Roma verranno presentati i candidati per governare il paese in quanto, finalmente, il 21 Agosto verrà proclamato lo Stato somalo. Dopo venti anni, forse, avrà fine una delle storie più drammatiche dei nostri tempi che è ancora troppo poco raccontata. E l’ottimismo che serpeggia tra il popolo somalo riunito a Roma per festeggiare la ricorrenza è palpabile, nei loro canti e nei sorrisi delle donne.

La Somalia soffre, infatti, una delle diaspore più dolorose e numerose che ha allontanato dalla propria terra, negli ultimi venti anni, migliaia e migliaia di somali. Se ne contano circa 110mila solo nel Regno Unito (dati ufficiali 2010), 31mila in Olanda, 22mila in Svezia, 20mila in Norvegia e lo stesso numero, all’incirca, in Italia. Venti anni in cui questi uomini e queste donne non sono potuti tornare nel proprio paese, a causa della guerra, alle proprie case, e per molti di loro una casa non esiste neanche più.

La Somalia, che ha una lunga tradizione nei rapporti con l’Italia, per il suo passato di colonia, non conosce pace dagli anni ‘60. In guerra con l’Etiopia, due volte nel 1964 e nel 1977, per un contenzioso territoriale risalente alla divisione delle terre colonizziate effettuata dalla Gran Bretagna nella seconda metà dell’Ottocento, nel 1969 vede l’ascesa al potere – grazie ad un colpo di stato militare a danno del presidente della Repubblica Abdirashi Ali Shermarke – del generale Siad Barre.

Gli anni ‘70 e ’80 furono segnati invece da gruppi di guerriglieri ostili al regime dittatoriale di Barre, i quali misero a ferro e fuoco la povera popolazione somala, gettando il paese in un lungo cammino buio di guerra civile; purtroppo mai terminato. Nel 1991 Barre abbandonò Mogadiscio, lasciando la Somalia nella barbarie. Incancrenita da traffici di uomini, di droga, armi, rifiuti tossici, carestie, terrorismo fondamentalista e pirateria, la popolazione non ha avuto altra scelta che allontanarsi dalla propria terra.

Dopo Barre la lotta per il potere ha visto contrapporsi diversi capi tribali (come testimonia il bellissimo documentario “Somalia, un leone senza denti” di Piero Marrazzo, prodotto da RAI Cinema, fondamentale per capire la storia della Somalia), i quali si sono falcidiati vicendevolmente, e dove la povera gente era la prima a farne le spese. Nello stesso periodo una porzione di terra, chiamata Somaliland, proclamò la sua secessione, scatenando nuovi scontri. Anche le forze esterne giunte per portare la pace fallirono clamorosamente: prima gli americani nel 1994 con la loro missione UNOSOM, poi l’ONU nel 1995 con la missione “Restore Hope”, a cui partecipò pure l’Italia.

Comitato d’accoglienza per la diplomazia – Foto di Stefano Romano

I “Signori della Guerra” rasero al suolo molta parte del territorio per tutti gli anni ’90. Le cose cambiarono nel 2004 quando fu avviato un processo di pacificazione culminato con l’elezione di un parlamento federale di cui fu presidente Abdullahi Yusuf Ahmed e il Governo Federale di Transizione somalo (TFG), con primo ministro Mohamed Mohalim Gedi. Ma le lotte interne allo stesso parlamento, di cui facevano parte alcuni degli stessi “Signori della Guerra”, e la crescente attività terroristica dei gruppi fondamentalisti islamici (il più noto e violento dei quali è il gruppo di Al-Shabaab, noto come il “Partito dei Giovani”, o “Movimento di Resistenza Popolare – MRP) sviluppati in seguito alla sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche ad opera del GFT durante la guerra, hanno impedito alla Somalia di uscire dalle tenebre. Fu però proprio grazie alle Corti Islamiche che nel 2006 le acque parvero calmarsi, soprattutto nelle città da loro governate (tra cui Mogadiscio). L’Islam in Somalia ha una lunga tradizione, risalente alla vittoria dei musulmani sui Quraysh nel 7° secolo, e all’area di scambi mercantili nel Mediterraneo che portò molte famiglie arabe ad emigrare nelle città costiere della Somalia. Mogadiscio è stata a lungo il centro dell’Islam di tutta la costa orientale dell’Africa. Ma, ad uno stile di vita islamico moderato che caratterizza la popolazione somala della diaspora, fa eco una recrudescenza fondamentalista in terra natia, che vuole l’applicazione della Shari’a (la legge islamica) e non risparmia spargimenti di sangue tra i cittadini.

Dal 2007 la Somalia è un paese martoriato, Mogadiscio è vittima del caos, delle epidemie e della violenza; e tale catastrofe umanitaria ha sfollato quasi un milione di persone solo in un anno. L’esercito etiope combatte contro i ribelli e gli attentati fondamentalisti sono all’ordine del giorno (indimenticabile un episodio raccontato nel succitato documentario, di un attentato durante una sessione di laurea di giovani universitari con l’esplosione della bomba in diretta).

Nel 2008 il presidente Abdullahi Ahmed si è dimesso, arrendendosi all’impossibilità di vedere una Somalia pacificata, criticando anche l’abbandono dell’Europa e il silenzio che grava sulle condizioni del paese. L’unico che è stato in grado di alimentare le speranze del popolo è stato Mohamed Abdullahi Mohamed, il quale nel 2011 è stato primo ministro del GFT.

La sensazione è che il paese ora possa essere vicino ad una svolta epocale. E che parte attiva di questa svolta sia il popolo somalo stesso, sparso per il mondo. In Norvegia, lo scorso anno, la diaspora somala si è riunita sotto la prima Somali Hope Conference (la seconda è stata fatta a Roma) per spingere il proprio paese verso la via della pace.

Se è vero che spesso le rivoluzioni nascono dal basso, allora se la Somalia potrà tornare un giorno a splendere, lo dovrà anche a tutti gli uomini e le donne che hanno sofferto una lontananza di venti anni in terre straniere. L’avidità di pochi dovrà arrendersi all’orgoglio di un popolo ferito con la stella a cinque punte tatuata nel cuore.

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