Pubblicato il: lun, lug 2nd, 2012

Un nuovo punto di riferimento online per la tutela del patrimonio paesaggistico: “www.salviamoilpaesaggio.it”

di Michele Zagni

Verona, Monte Cucco

Sul sito del movimento nazionale per la salvaguardia del paesaggio c’è spazio anche per Verona, si stanno mobilitando infatti cittadini ed associazioni ambientaliste per tentare di salvare il Monte Cucco, collina a nord di Verona, nella Valpantena da un processo di sbancamento che va avanti dal 2010; alla voce “sbancamento”, per i non addetti ai lavori, troviamo sul dizionario online del sito del corriere “Scavo e asportazione di rilevanti quantità di terreno”.

Le ragioni per protestare sono molteplici, anche di ordine storico: lo sbancamento sta infatti coinvolgendo l’area proprio alle spalle del monastero di Sezano, che nel ‘400 fu sede dei monaci Olivetani e che dal 1838 è sede dei Padri Stimmatini.

Alla base delle operazioni di sbancamento troviamo il solito motivo, il denaro. Le imprese coinvolte nell’operazione sono anche le stesse che rivendono i terreni alle aziende di settore, creando così un meccanismo di compravendita assai redditizio sacrificando la bellezza del paesaggio ma soprattutto mettendo in serio pericolo gli abitanti della zona: l’area ha già da tempo diversi problemi nello smaltimento dell’acqua piovana, che rischiano di aggravarsi proprio a causa di questi lavori, preparando il terreno (nel vero senso della parola) per frane ed alluvioni. Nella speranza, più probabilmente nell’illusione, di ottenere qualcosa, diverse decine di cittadini della frazione di Sezano hanno scritto una lettera al sindaco Tosi, augurandosi che si possa fare tesoro di tutte le esperienze di catastrofi naturali già avvenute, figlie della sconsiderata selvaggia volontà di sottrarre terreni al bosco per consacrarli ad attività più redditizie. Per una volta, imparare dagli errori sarebbe un importante segnale di cambiamento.

Purtroppo la logica del profitto a scapito di tutto, anche dell’ambiente in cui tutti viviamo, è diffusissima a livello nazionale, a tutti i livelli.

In questi giorni, tra le macerie del terremoto, in mezzo a fiumi di retorica e trasmissioni spettacolo spazzatura, qualche voce si leva a considerazioni più meditate e di spessore sullo sfascio del nostro territorio.

Se giustamente ci si interroga sui criteri di costruzione di capannoni che si sono sbriciolati come biscotti, si comincia anche a sentire qualcuno chiedersi come mai siano cosi spaventosamente tanti i capannoni che assediano le periferie delle città soprattutto al nord.
Sul “Corriere della sera” Sergio Rizzo ricorda che i capannoni “da quindici anni a questa parte si sono moltiplicati come funghi. Le aree industriali a ridosso delle città e dei paesi coprono ormai superficie ben più estese degli abitati” e oggi moltissimi sono vuoti. La proliferazione spaventosa di un’edilizia inutile ed inadeguata, come testimoniano le macerie di oggi, non ascrivibili solo alla mancanza di norme antisismiche ma anche ad una generale incuria, sono tra i frutti di una febbre edilizia che ha visto, secondo dati Istat, aumentare le superfici artificiali dal 2001 al 2011, in dieci anni, dell’8,8% raggiungendo un’estensione pari a quella della Toscana. E’ stato infatti nel 2001 che la legge Tremonti-bis assegnava incentivi fiscali alle imprese che reinvestivano i loro utili in “beni strumentali”, capannoni, sostanzialmente. Oggi in larga parte vuoti – anche per la crisi del 2008 – sono comunque simbolo di un’edilizia figlia di logiche speculative, all’insegna di guadagni illusori, e di un assoluto disinteresse nei confronti del territorio e del paesaggio italiano.

Ne sono testimonianza i cinque milioni di case vuote, più i due milioni di case fantasma-non acccatastate, la cui esistenza ci viene ricordata dal censimento appena attuato.

Il consumo di territorio ci vede al primo posto in Europa, abbiamo una quantità di superficie non più naturale che è quasi il doppio della media europea. Ricordiamoci che tutto ciò ha significato la distruzione del paesaggio, la continua violenza contro le campagna. In provincia di Mantova, per fare un esempio, Confagricoltura sulla “Gazzetta di Mantova” ha denunciato la scomparsa, ogni giorno, di una superficie agricola pari a due campi di calcio. Secondo l’Osservatorio nazionale sui consumi di suolo, tra il 1999 e il 2005, in Lombardia sono spariti 26700 ettari di terreni agricoli, come se in sei anni fossero emerse dal nulla cinque città come Brescia.

Secondo dati Istat, elaborati dal Wwf, in Italia, fra il 1990 e il 2005, sono stati divorati dal cemento e dall’asfalto (dunque sterilizzati per sempre) 3,5 milioni di ettari, cioè una regione grande più del Lazio e Abruzzo messi insieme.

Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, due terzi del territorio italiano erano dedicati all’agricoltura, circa 22 milioni di ettari, oggi ne restano 12. Ci siamo mangiati 10 milioni di ettari di paesaggio e di campagna, (una superficie pari a quella di Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli messi insieme) beni comuni da tutelare, in cui trova espressione la nostra identità di popolo, e che dovremmo trasmettere ai nostri figli. Lo scandalo maggiore è la palese inutilità della colata di cemento che sta sommergendoci, lo possiamo constatare ogni giorno, basta un’occhiata alle periferie di città e paesi dove dominano case e capannoni vuoti. Non si costruisce più sulla base di reali bisogni ma per logiche speculative che nulla hanno a che vedere con la tutela del bene comune, del paesaggio e del territorio come invece dichiara espressamente l’art. 9 della nostra Costituzione.

Il movimento nazionale “Salviamo il paesaggio”

Per fortuna qualcosa si muove contro questo scempio del nostro Paese: il movimento nazionale “Salviamo il paesaggio”, nato da poco ma che già ha incontrato numerosissime adesioni, sta promuovendo una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale sul problema, iniziando con la richiesta alle amministrazioni comunali di un censimento del vuoto presente sul territorio di propria competenza.

Questa frase, ormai usata ed abusata, è stata attribuita ai personaggi più disparati, dal capo indiano allo sciamano del Congo, ma rimane carica di un significato che non andrebbe mai dimenticato:

”Questa terra non ci è stata data dai nostri padri, ci è stata prestata dai nostri figli”.

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