Marley di Kevin Macdonald, jammin’ in peace, love and unity
di Matteo Molon
Lasciar parlare prima la musica delle parole. Il documentario su Bob Marley, firmato Kevin Macdonald, fa di quest’idea la propria carta vincente, rispetto a molte altre produzioni simili che falliscono totalmente, un po’ per ingenuità e un po’ per pressapochismo.
Quanti film su leggende della musica costringono lo spettatore a sorbirsi prolungate decine di minuti a base di: interviste, riflessioni, immagini, e quell’insieme di altri contenuti collaterali alla musica.
Molti registi e produttori dimenticano che in casi del genere il cinema diventa una sala d’ascolto, o ancora meglio uno stadio da concerto. Chi paga il biglietto prima che spettatore è ascoltatore. Macdonald dimostra di saperlo bene, ne va a fondo, lasciando scorrere canzone su canzone lungo le due ore e mezza di durata, inserendo spezzoni non-musicali nei giusti punti, e facendone ripartire il flusso sonoro nei corretti momenti.
Marley è un limpido e veritiero trip musicale e animale, quest’ultimo termine in doppia accezione: animale riferente all’animo, allo spirito umano, e animale riferente alla natura più originaria dell’uomo stesso, composta dalle vibrazioni che lo accompagnano lungo i giorni, in ogni stato emotivo, tanto da influenzarne il fisico generando la forza per superare avversità e prove.
La vita di Marley si potrebbe descrivere con quest’ultima frase: una continua messa alla prova, un combattimento contro contesti difficili, oppressivi, oltre i quali vede come via d’uscita una chitarra fatta artigianalmente e la musica, suo primo, unico ed eterno amore, caricato di poesia ed impegno nelle note e nella parole scritte. Un impegno tale da creare e portare al successo mondiale un nuovo genere musicale, il reggae, contraddistinto nella sonorità da un passo slow e danzato, medicina per eventuali contrasti, cura per giungere ad un’unione fraterna.
Un trip, un viaggio mentale non permesso, ma aiutato dalla marijuana, che spegnendosi dei soliti pudori, viene messa al centro della filosofia della vita di Bob come una compagna di viaggio, migliorando un qualcosa di già buono.
Sfumano di conseguenza le false motivazioni, accese da persone pregiudizievoli, contrarie all’uso di tale sostanza. Non un invito all’uso ma l’offerta di una possibilità che sta al libero arbitrio dell’individuo accettare o meno.
Bob Marley era un uomo come tanti altri, non un eccezione ma una normalità vissuta in una delle migliori espressioni possibili. Una personalità con i suoi pro e contro, dal gran cuore, premurosa nel lato interiore-introspettivo, e dura e schiva nel lato esterno. Diffidenza probabilmente causata dal non riuscire a fidarsi completamente di chi aveva attorno, ripudiato sin da bambino per il suo essere meticcio. Figlio di una giamaicana e di un inglese, non era accettato dai neri perché poco nero e dai bianchi perché mulatto.
Marley è così: un ragazzo cresciuto nella solitudine che lotta scrivendo canzoni, sperando e vedendo un domani in cui tutti vivranno assieme, in una socialità fraterna e felice. Rabbia animale che trova pace nel suono della musica.
Una filosofia morale che gli ha permesso di scrivere canzoni luminose come No Woman, No Cry, e affranto, rabbiosi ma fiduciosi testi come Corner Stone.
Marley di Kevin Macdonald è il carisma e il fascino umano del grande musicista giamaicano, il giallo fumo azzurro solare del tramonto fuoriuscente dal joint tenuto in bocca.













