SLA e suicidio assistito: una triste storia da Venezia
di Stefano Capponi
Ci ha lasciati l’altro ieri mattina Vittorio Bisso, cinquantatreenne della Provincia di Venezia. Vittorio era Consigliere Provinciale dei Comunisti Italiani, e aveva una lunga storia politica di sinistra alle spalle. Era stato anche operaio, metalmeccanico. Era stato anche marito, di una donna di nome Marisa che l’ha sostenuto fino alla fine. Era stato anche sportivo: amante del calcio, del motociclismo, e della corsa.
E proprio durante la corsa ha avuto inizio la sua lunga fine. Dopo una corsa, infatti, nel 2010, Vittorio aveva sentito per la prima volta un dolore così intenso alla gamba da fargli pensare che forse non si trattava di un semplice strappo. Si trattava di SLA.
La SLA, sclerosi laterale amiotrofica, detta anche Morbo di Lou Gehring, è una terribile malattia degenerativa che comporta la progressiva autodistruzione del sistema nervoso, in particolare per quanto riguarda i neuroni del moto, o motoneuroni, facendo sì che si perda piano pian la capacità di fare anche i più piccoli movimenti, portando infine l’essere umano a trasformarsi in un vegetale pensante.
Vittorio Bisso era un ateo “super-ateo”, che oltre a professare il proprio ateismo aveva combattuto per la laicità dello Stato e per la possibilità di scelta di ciascuno, e aveva perfino deciso di sbattezzarsi. Ed è per questo che non ha avuto remore da un punto di vista morale a scegliere il suicidio assistito, in Svizzera naturalmente, poiché in Italia non è permesso.
Nonostante la mancanza di religiosità, sicuramente una decisione del genere, anche per chi pensa non bisogni avere paura della morte perché al momento della morte più non si è, è una decisione difficilissima e che è stata presa con la certezza di non avere alcuna alternativa.

Il logo dell’Associazione Luca Coscioni, che in seguito alla vicenda ha ripetuto la necessità dell’istituzione di un registro per il testamento biologico in tutti i Comuni
Conclusioni come queste ci devono indurre da una parte al rispetto della scelta dell’individuo, insieme alla comprensione del gesto e alla vicinanza per chi ha dovuto accompagnarlo, dall’altra a una riflessione intensa. Una riflessione che dovrebbe vertere non tanto sulla disponibilità della vita, come decidono sia molti di coloro che affrontano questo tema, ma su cosa è vita. Anche chi sceglie una soluzione drastica come quella di Vittorio può credere nella sacralità e nell’indisponibilità della vita. Allo stesso tempo però, può credere che la vita non si riduca e non si possa ridurre a un mero dato biologico. La vita non è degna di essere vissuta solo in quanto portatrice di felicità, è infatti giusto che si vada avanti anche nei momenti peggiori. Tuttavia, la vita presuppone inderogabilmente una possibilità per l’individuo di esprimere ciò che gli dona dignità in quanto individuo, e cioè una fondamentale possibilità di rapporto, dialogo, comunicazione con l’altro e con il mondo esterno. Questo perché l’uomo non può e non deve vivere da solo in una torre isolata su un monte sperduto, in un corpo che si trasformerebbe in una prigione dell’anima, per chi crede all’anima, e in una condanna di inferno in Terra, per chi non crede a quello sotto terra. Tutte cose che arrivati al punto terminale di una malattia come quella di Vittorio si potrebbe vivere.
E’ giusto che certe dottrine religiose, perfettamente coerenti con se stesse, come la religione cattolica, esprimano il proprio dissenso all’utilizzo di questi mezzi, per la loro differente concezione di vita, oltre che per la naturale indisponibilità per l’uomo di essa, esattamente come certe dottrine filosofiche che non hanno nulla di confessionale ma che pure credono negli stessi valori.
Ma è altrettanto giusto che un Paese dia la possibilità al cittadino di scegliere, in quanto non danneggia altri cittadini, a quale dottrina religiosa o filosofica aderire. A quali valori ispirarsi. E qual è la vita che si vuole vivere, ma soprattutto, “cosa è” una vita che si può vivere.












