Siae, una crisi irreversibile e senza soluzione
di Manuel Lai
Bufera Siae. Sono anni che l’ente pubblico per la gestione dei diritti d’autore vive una situazione di grave e irreversibile crisi. Anni che si parla di un risanamento totale della società e di un cambiamento radicale nel controllo di diritti e proventi legati alle opere d’ingegno. Niente si muove o si muove poco e male. Eppure le cose sembravano cambiare grazie al decreto Salva Italia dello scorso dicembre, dove si liberalizzava, con l’ingresso di nuovi intermediari, il pagamento dei diritti legati alla diffusione della musica registrata.
La Società italiana autori ed editori vive da tempo una situazione di grave crisi, con buchi irreversibili di bilancio e una gestione di fondi, soldi e dipendenti parecchio discutibile. Da tempo si parla della creazione di un’autorità nazionale che si occupi delle funzioni pubblicistiche in materia di diritto d’autore, affidando a enti privati e in regime di concorrenza l’intermediazione e la gestione privata dei fondi. La liberalizzazione natalizia non ha portato ai risultati sperati, creando una situazione di caos estremamente ingarbugliata. Sembra infatti che il Governo non abbia chiarito in che modo debbano comportarsi i nuovi intermediari entrati nel mondo del diritto d’autore. Ora che ognuno può intermediare i diritti connessi e che quindi esistono numerosi soggetti che possono riscuotere tale diritto, non si sa più a chi debbano essere pagati questi diritti, né come ripartirli.
Così la Siae ha deciso di bloccare i pagamenti legati all’equo compenso sulla copia privata, l’odiata percentuale che paghiamo all’acquisto di supporti e dispositivi che possano permettere la copia privata di un prodotto coperto da diritto d’autore. Secondo la società, allo Stato non sarebbe possibile individuare il soggetto privato che si occupa della riscossione della percentuale sulla copia privata e quindi, finché non verrà ricoperto questo buco legislativo, i diritti non verranno versati a nessuno. Una grave mancanza del governo che è partito a spron battuto nella liberalizzazione, senza però preoccuparsi della conseguenze che sarebbero scaturite per la poca chiarezza della situazione. La paralisi multimilionaria del mercato è dietro l’angolo.
Tutto questo va a fare da contraltare ad una società per molti versi ormai inutile, ennesimo esempio all’italiana di cattiva gestione di fondi. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, denuncia infatti una situazione al limite del paradossale, gravemente sottovalutata nel corso degli anni. Su 1257 assunti, ben 527 vantano legami di parentela, famiglia e conoscenza. Figli, nipoti, mariti e mogli di dipendenti ed ex dipendenti. Non solo, stipendi stellari e benefici sterminati che vanno ad aggravare la voragine di un bilancio ormai compromesso, con perdite che nel 2010 si aggiravano intorno ai 30 milioni di euro. Stipendi da 64 mila euro di media per i dipendenti e 158 mila per i dirigenti, con scatti di anzianità biennali tra il 7 e l’8%. Ma anche benefici sterminati e assurdi: premio di operosità, gratifica per l’Epifania, 36 giorni di ferie, 3 giorni di malattia senza obbligo di certificato e addirittura indennità per il bucato e premio per il passaggio dalla carta al digitale.
Una situazione grave, a cui va trovata una vera e reale soluzione. In tutti i paesi del mondo il diritto d’autore è gestito da società private, in un regime di concorrenza che ha liberalizzato e reso più competitivo il mercato. La tutela delle opere e degli autori va comunque garantita e rimarrà per sempre un bene pubblico e tutelato dallo Stato. Ma in una situazione come questa non si capisce perché si continui ad andare avanti con una società allo sbando, vittima di se stessa e dei suoi privilegi, in regime di monopolio e con la doppia funzione pubblica e privata. Misteri italiani.












