Le soluzioni per la Siria: modelli antichi per problemi nuovi
di Gianluigi Pala
A seguito di vari tentativi falliti la comunità internazionale ha forse trovato un piano efficace per la risoluzione del conflitto in Siria: permettere a Al-Assad di abbandonare il paese senza correre il rischio di essere perseguitato dalla giustizia internazionale.
La notizia è passata in realtà abbastanza in sordina ma le possibilità di una svolta, se le indiscrezioni fossero vere, sono alte. Se da un lato però potrebbero finalmente portare alla conclusione di un enorme massacro, dall’altro rappresenterebbero un’ennesima sconfitta per la diplomazia e la stessa ONU.
Durante l’ultimo G20, tenutosi nella località messicana di Los Cabos, oltre a incontri ufficiali e foto di rito si sono svolti, come di consueto, svariati incontri bilaterali informali. Tra questi hanno ricevuto particolare attenzione quelli avvenuti tra presidente russo Vladimir Putin e, in maniera separata, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Premier inglese David Cameron. Uno dei temi caldi è stata la situazione in Siria. L’idea venuta fuori dai colloqui bilaterali durante il G20, secondo fonti diplomatiche britanniche, è quella di permettere l’uscita del Presidente siriano Bashar al-Assad senza possibili conseguenze penali in maniera tale da poter ristabilire l’ordine all’interno del paese, magari mediante lo svolgimento di elezioni democratiche così da rispettare la volontà dei cittadini siriani che oramai da troppo tempo vengono massacrati dal regime. L’urgenza di trovare una soluzione al caso siriano arriva a seguito della fallimentare iniziativa messa in piedi dall’Onu in accordo con la Lega Araba con l’obbiettivo di normalizzare la situazione e arrivare a un cessate al fuoco attraverso la mediazione dell’inviato speciale Kofi Annan.
A seguito del fallito piano dell’ex Segretario Generale le Nazioni Unite e della bocciatura di una Risoluzione all’interno del Consiglio di Sicurezza la comunità internazionale ha esaurito le alternative a sua disposizione. Questo è dovuto tra le altre cose al fatto che l’architettura del sistema di sicurezza collettiva risulta essere antiquato e non applicabile nelle situazioni di conflitto attuali, essendo queste di natura interna agli stati e non tra di essi. Per citare un caso recente la Libia ci ha dimostrato quanto sia difficile arrivare a un piano di azione comune. Là dove la comunità internazionale fallisce non rimane altra scelta che la diplomazia vecchio stile, quella esclusiva dei potenti, quella che si fa a porte chiuse.
L’accordo non ufficializzato tra USA, Federazione Russa e Regno Unito, non risulta in ogni caso essere molto chiaro e presenta varie lacune per quanto in realtà non ancora definito nei dettagli. Quello che sì risulta essere sicuro è l’idea di adottare come modello operativo il caso yemenita ovvero concedere l’immunità al Presidente e permettergli di rifugiarsi in un altro paese cedendo il controllo politico così da convocare una assemblea costituente che ridia regole nuove e democratiche al paese. L’incarico dovrebbe passare nuovamente per le mani di Kofi Annan il quale, modificando il piano iniziale di gruppo di contatto, dovrà ora centrarsi più su una Conferenza alla quale parteciperebbero, oltre agli imprescindibili membri del Consiglio di Sicurezza, anche membri dell’opposizione siriana e rappresentanti dei paesi chiave nella regione come la Turchia o l’Arabia Saudita. Il piano, così come filtrato dalle notizie, dimostra però la mancanza di elementi organizzativi di particolare rilevanza. Prima di tutto la Conferenza dovrebbe svolgersi in tempi rapidi a causa del deterioramento della situazione nel paese, ma risulta difficile poter identificare una opposizione perché, esattamente come in Libia, sono in realtà molteplici le fazioni che si stanno opponendo al regime e spesso sono in conflitto tra loro. In secondo luogo spicca l’assenza dell’Iran. Sempre secondo le indiscrezioni, Teheran non dovrebbe far parte della Conferenza dato il suo ruolo troppo destabilizzante e la poca fiducia che i paesi occidentali nutrono nei suoi confronti. La partecipazione del paese sciita può realmente non garantire un esito soddisfacente ma escluderlo risulterà una soluzione ancor peggiore dato il ruolo politico nella regione come controparte della potente e sunnita Arabia Saudita. Insomma, non includere l’Iran sarebbe come non includere la Francia nella soluzione di una questione europea.

Kofi Annan, ex Segretario Generale della Nazioni Unite e attuale inviato speciale per l’Onu e Lega Araba in Siria
Ma chi dovrebbe in realtà gestire la sicurezza internazionale? Secondo la Carta delle nazioni Unite è il Consiglio di Sicurezza. Ma se si analizza il comportamento dei cinque paesi con diritto al veto si capisce come mai quest’organo risulti in realtà inutile nel caso Siriano. Il no della Russia a qualsiasi utilizzo del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, ovvero l’utilizzo della forza, non è negoziabile. Il rischio di perdere l’unico alleato nella regione (considerando sia il Medio Oriente che il Mediterraneo) è troppo alto. In realtà anche dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, si preferisce evitare un nuovo intervento armato: alti costi, pochi interessi strategici e una elezione presidenziale vicina non incentivano un intervento militare. La Francia e l’Inghilterra risultano altalenanti così come lo è la UE dove la mancanza di unione in politica estera fa si che ognuno faccia i propri interessi. Anche nel vecchio continente però trovare chi sia favorevole all’uso delle armi è missione ben difficile e lo si è potuto verificare anche nella reazione di vari capi di stato e della stessa Catherine Ashton a seguito delle dichiarazioni di Erdogan, Presidente della Turchia, di pochi giorni fa, quando minacciò reazioni militari a seguito dell’abbattimento di un aereo da guerra turco da parte dell’esercito siriano, invocando inoltre l’intervento della Nato. Pare però che, come già successo con il caso Flotilla contro Israele, anche questa volta Ankara non andrà in realtà in fondo alla questione imbracciando le armi. La Cina dal canto suo sta a guardare pronta a spalleggiare la Russia nel caso di possibili ingerenze negli affari interni ma sopratutto nel territorio di un altro paese. La Libia fu più che sufficiente. Beijing difficilmente permetterà nuovi interventi.
Le opzioni che si trovano davanti i grandi leader sono quindi ben poche e riassumibili in due principali: da una parte lasciare che la guerra civile divori il paese a causa dell’impossibilità materiale di attuare le convenzionali e legali misure a disposizione della comunità internazionale o dall’altra ricorrere alla vecchia diplomazia, quella che punta a risolvere il problema senza preoccuparsi troppo dei mezzi. Peccato che in entrambe chi perda sia principalmente la popolazione siriana: nel primo caso in quanto continuerebbe il massacro da entrambe le parti che oltremodo rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra civile, mentre dall’altra, permettendo l’uscita di Assad, si calpesterebbero clamorosamente il diritto internazionale e i diritti umani.
Il margine di scelta rimane comunque minimo e il tempo scorre e con esso il numero di vittime aumenta. Cosa fare quindi? Continuare a far morire civili o amnistiare un Presidente con le mani sporche di sangue? Si perde comunque. Si perde soprattutto perché per l’ennesima volta la sicurezza internazionale ha fallito. Non ha saputo evitare né spargimenti di sangue né rischia di riuscire a far prevalere la giustizia. In tutto ciò l’ironia più grande: sarà molto probabilmente Kofi Annan, colui che per anni cercò invano di aggiornare e riorganizzare il sistema di poteri all’interno dell’Onu, a dover organizzare la conferenza per la buona uscita di al-Assad così da tappare per l’ennesima volta un sistema di sicurezza collettiva che da troppo tempo risultare essere in stand-by.












