Pubblicato il: ven, giu 15th, 2012

Jack White: “Blunderbuss”, agi e nefandezze di Rock ‘n Roll

di Matteo Molon

La copertina dell’album

Jack White, strade notturne da percorrere in macchina, pioggia e cinema.

Questo è il nuovo disco dell’ex-White Stripes, senza dimenticare il sapore amaro e crudo della fame che sale alla fine della proiezione. Sarà per il sound, sarà per delle trovate stilistiche a metà fra psichedelico (On and On and On) e hard rock (Sixteen Saltines), senza dimenticare i suoi fianchi slanciati che si muovono (I’m Shakin’), nelle ore di lucine in lontananza e misteriose ombre, di feste in città sparse nelle campagne, date lontano dal mondo civilizzato per permettere il proibito e l’amore nelle sue forme più svariate e possibili (Freedom At 21 & Love Interruption).

“Blunderbuss” porta egregio il bastone da passeggio di “Dark Shadows”, l’ultimo film di Tim Burton, fiondandosi a capofitto nel side infimo dei ’70. Ed in effetti “dark & funk” camminano assieme barcollanti e con stile, tenendosi per le spalle. Come se Barnabas e Angelique fossero finiti assieme nell’Happening con Alice Cooper, tra l’ipnosi e l’erba dei figli dei fiori, alla faccia, inespressiva, delle fanciulle borghesi e timorate.

Una straordinaria similitudine di tempi, immagini e suoni che rendono l’album di White l’atmosfera sonora mancata, quella colonna di tappeti srotolati di Collinwood che avrebbe reso l’aria più trasgressiva, concreta, togliendo i toni troppo cartoonistici. E’ proprio qui che Jack si lancia da una parete all’altra con la musica: conquista il pubblico con un album di rock ‘n roll né troppo ruvido né col tutù. Non cerca di imitare “Paranoid” dei Black Sabbath, né si perde nelle ghingherie indie modaiole. Dona alla scena un disco che è davvero un disco, semplice e conciso, completo, senza pretese. Rappresenta molto bene ogni stato d’animo che si possa provare, ed è ben suonato. Che sarebbe il rock sennò?

Avrebbe potuto benissimo essere un’uscita storica, ma nasce invece dal passato per dare sfogo uditivo, corporeo e visivo alle giovani generazioni contemporanee. Classico semmai personale, non generale. Pane per i denti fraterni dei rocker, sazi nel dopo spettacolo di panino imbottito e Carlsberg. Al nome Jack White l’aspettativa è di sontuosi palazzi della discografia, e invece ecco il divertimento nella sua semplice essenza, in formato circolare per essere preso, messo su e digerito, riempiendo lo stomaco; è un scoperta non nell’eternità ma nell’attimo da vivere. Il bello del non possedere chissà che gemma, bensì di imbattersi in un vetro colorato, sozzo di sabbia e salsedine, gioia di spontanea bellezza. Il blu del lusso, non nobile e nero ma assai più sincero. Peace.

Clicca per iscriverti alla newsletter di Giornale Il Referendum e ricevere notifiche di nuovi articoli per e-mail.