Club Dogo – “Noi siamo il club”, rapabilly italiano
di Matteo Molon
C’era un volta in cui giovani e giovanissimi si divertivano a suon di canzoni che raccontavano la voglia di essere senza freni di una generazione. Idee ben realizzate, che lasciavano in soffitta i piagnistei paterni e parrocchiali. I ragazzi volevano feste, divertimento, libertà, in poche parole essere per la prima volta se stessi, partendo dalla più facile delle attività: il movimento personificato nel ballo. Si può considerare questo l’incipit di Noi Siamo Il Club, dell’album e della title-track.
Quelli descritti erano gli anni ’50, la musica era il rock ‘n roll nella prima forma denominata Rockabilly, e nelle piste legnose v’era la rivoluzione giovanile, evidente ed incalzante, contrapposta ad un vecchiume di pensiero e costumi.
Oggi le luci si sono smorzate sui dancefloor, laser verdi colorano segnando le vie delle notti e dei party, molte libertà ed emancipazioni sono state conquistate e mantenute, ma l’insofferenza e la voglia di ribellarsi e cambiare le cose non è cessata, la ricerca del nuovo è ancora qua. Soprattutto nell’anfiteatro nazionale, che cade a pezzi, dove anziani da pantofole e casa di riposo ostruiscono l’espressione teorica e pratica, con interessi e modi da carte false: al lavoro, con gli amici, in famiglia, la domenica a messa, affannati come sono dal prendere la prima particola davanti al prete, pensando poi alla sera quando compreranno piacere e farina con distacco e frustrazione.
Una situazione che cerca risposte, provenienti dalla musica, e qui arrivano il rap italiano e i Club Dogo.
Dogo aspramente criticati, Dogo senza più contenuti, frivoli, venduti, senza quell’attitudine e la potenza sonora di Mi Fist (primo album), o di qualsiasi album precedente, puntualmente poi riconsiderati ed elogiati. Strani certi ”fan”. L’attitudine è invece intatta e giungono maturi, trio macistico, all’uscita del quinto lavoro, l’album della definitiva maturità. Insensato attaccarli su delle mancanze: hanno fatto qualsiasi cosa si possa fare nell’ambiente hip-hop, dai mixtape ai progetti solisti; hanno raccontato dall’alba le esperienze di vita vissuta. Sono ancora ragazzi della piazza, grezzi e poliedrici, che arrivati di notte al successo lo decantano e ne filano le trame, sapendo coniugare alta fedeltà nella scrittura e nel suono delle basi.
Il rap italiano con quest’album si conferma e cessa di produrre pezzi, iniziando a fare uscire canzoni. Non siamo più di fronte ad un adolescente – la scena rap – che butta fuori grandi demo, stiamo parlando di un ragazzo nel pieno dell’energia, della forza e della potenza adolescenziale, che sa chiudere canzoni complete, rifinite nei particolari. Da un diamante grezzo a uno sapientemente lavorato. Senza perdere, tradire, dimenticare spontaneità e ardore. Stiano calmi dunque i seguaci dell’hateraggio democratico, il potere dire tutto senza cognizione di causa, lo scambiare la libertà di parola con l’ignoranza e la scemenza, insultando gli artisti sui social.
I fili conduttori a intreccio del discorso è che ormai si sa bene cosa non va da noi, fratture e cedimenti, l’angusto italico. I Club Dogo ne hanno parlato spesso nelle precedenti uscite e ora giungono oltre, ne hanno coscienza e conoscenza ed è inutile ripeterlo e ripetersi; ma come fanno? Facendo muovere gli ascoltatori, perché il movimento fisico è la prima soluzione contro la noia e lo stantio che essa produce.
Noi Siamo Il Club è un manifesto generazionale, che non si carica di musica impegnata nelle liriche ma nelle fibre muscolari, usando come segno di ribellione invece delle parole il sudore del corpo, trasmettendo con schiettezza che nulla può frenarlo, e qui ecco il concetto di libertà espressa divertendosi, l’energia della libertà stessa. E la mente? La mente c’è, e sa del valore e dell’importanza di ciò appena detto. Noi Siamo Il Club è un disco di ribellione, di spensieratezza, di forti emozioni e aria respirata a pieni polmoni, la colonna sonora di chi sta realizzando i proprio sogni, scontrandosi con un sistema ammorbante e melmoso, che vuole fermi e inermi.
L’intensa sensazione, a pelle, è quella di un Rock ‘n Roll italiano, che mai seriamente abbiamo avuto, o meglio un Rap ‘n Roll, precisamente lo si chiamerebbe Rapabilly. Chissenefrega (In Discoteca), Erba del Diavolo, Collassato & Ciao Ciao trascendono bicchieri vuoti e mozziconi accessi, versandone e accendendone altri, perché non è mai finita, i primi diventano ricordi bellissimi e i secondi s’apprestano ad altrettante vive esperienze, vita cinetica, sempre in moto, sferzante d’interesse e felicità. Come Johnny Dogo B. Goode.
Ps: gelati dell’album sono Tutto Ciò che Ho, dedicata alle storie dei fan, e Se Non Mi Trovi, dolore d’affetto perso. Imprescindibili in un disco del genere, ogni ballo che si rispetti ha sempre quel momento in cui ci si ferma, il corpo sgrondante si rinfresca, e in diverse sfumature scaturisce l’amor per la vita.











