Rinvio a giudizio per omicidio volontario al vigile che uccise un cileno a Milano
di Francesco Pirillo
Lo scorso 13 febbraio, a Milano, moriva Marcelo Valentino Gomez Cortes per un colpo di pistola sparato dal vigile Alessandro Amigoni durante un inseguimento. Il Gip Maria Vicidomini ha espresso l’ipotesi che il tutto non può essere considerato un incedente, ma un omicidio volontario. Per questo motivo il vigile è stato rinviato a giudizio il prossimo 9 ottobre e attraverso il suo avvocato ha riferito di voler ricorrere al rito abbreviato che diminuisce di un terzo la pena in una eventuale condanna.
Il ruolo principale ora spetta alla difesa del vigile Amigoni, la quale ha sempre sostenuto la teoria per la quale quel giorno l’indagato ha sparato da una distanza compresa tra i 15 e i 20 metri a scopo intimidatorio. “Ho incamerato il colpo in canna e ho fatto fuoco a scopo intimidatorio sparando sulla mia sinistra contro un terrapieno in modo da non creare pericolo per nessuno“, aveva verbalizzato il vigile. Di tutt’altro avviso è il pm che ipotizza che il vigile abbia sparato da una distanza compresa tra i “50 cm e i 2 metri e 80 cm”, colpendo il cileno alla schiena.
Quel giorno “è stata violata una procedura” aveva detto il capo dei Vigili di Milano nei giorni successivi alla vicenda, in quanto la pattuglia con a bordo Amigoni e altri tre vigili “avrebbe dovuto fare servizio di monitoraggio in Corso Buenos Aires per contrastare l’abusivismo commerciale. Lui e i suoi colleghi - continua Tullio Mastrangelo – hanno appreso dalla radio di servizio di una rissa in corso, allora hanno chiesto l’autorizzazione al diretto superiore – l’ufficiale che guida il gruppo Zona Centro – per andare in supporto ai colleghi. Avrebbero dovuto chiedere l’ok al comando”.
La posizione di Amigoni è ulteriormente critica, perché stando alle dichiarazioni che fecero gli altri componenti della pattuglia, non c’era alcuna arma in mano ai due fuggitivi e l’autopsia fatta sul corpo di Marcelo Valentino decreta categoricamente che il vigile ha sparato mentre uno dei due cileni si trovava di spalle. Inoltre, non si capisce come abbiano potuto ammanettare un uomo dopo avergli sparato un colpo di pistola. Amigoni, ovviamente, rischia anche un’azione disciplinare all’interno del corpo della Polizia locale di Milano. “Un procedimento interno per accertare le responsabilità è in corso”, ricorda ancora il capo dei vigili Mastrangelo e sottolinea che “simili tragedie succedono in tutto il mondo. La polizia locale di Milano è sana, organizzata e ben addestrata”.
I procedimenti sono in atto e intorno alla fine dell’estate si conoscerà la sentenza che decreterà il pm di Milano circa la triste vicenda avvenuta al Parco Lambro in cui a macchiarsi le mani di sangue c’è un uomo in divisa. Il Corpo dei Vigili di polizia locale fu protagonista nel 2008 a Parma di un’agghiacciante vicenda di offese e percosse rifilate ad un giovane di 22 anni ghanese, Emanuel Foster, in cui furono accusati sette agenti della Polizia Municipale. Fu scambiato per un pusher di fronte alla scuola che frequentava e fu portato nella caserma e lì gli fecero un occhio nero e gli procurarono diverse lesioni sul corpo. Il giovane denunciò anche l’utilizzo di offese a sfondo razziale. Dopo la vicenda di Milano il Viminale, attraverso il ministro Cancellieri dichiarava che ci sarebbe stato “un riordino all’interno dei vigili” e riguardo le armi in dotazione continuava il ministro, “la possibilità di togliere le armi ai vigili è un tema che va affrontato presto, bisogna però riflettere con calma e assoluto equilibrio”.
Nella vicenda milanese rientrano anche l’ex moglie e i due figli (di cinque e sette anni), in serie difficoltà economiche, del cileno ucciso e attraverso il legale Corrado Limentani hanno inviato una lettera al Comune di Milano per chiedere un risarcimento.













