Da Istanbul a Baghdad e da Baghdad a Mosca, quando si giungerà a un accordo sul nucleare iraniano?
di Leonardo Sartori
I barlumi di speranza nati nelle scorse trattative sul nucleare iraniano degenerano in tensione. Infatti, la scorsa settimana, il 23 e il 24 maggio, sono ripresi a Baghdad i negoziati sull’arricchimento dell’uranio nel paese islamico davanti ai 5 + 1: Regno Unito, Stati Uniti, Russia, Francia, Cina con la presenza addizionale della Germania, presieduti dall’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’UE, Catherine Ashton.
I partecipanti sono arrivati nella capitale irachena con buoni propositi e con voglia di giungere a un accordo definitivo. Da un lato i paesi occidentali (i 5 + 1), che propongono all’Iran di arrestare l’arricchimento dell’uranio fissile al 20%, e fermarlo al 5% in cambio di una diminuzione convincente delle sanzioni economiche già attuate da Stati Uniti e i 27 europei. Dall’altro lato si trova l’Iran, rappresentata da Said Jalili, che risalta il pieno diritto garantito a tutti i paesi di sviluppare un progetto per la produzione di energia nucleare con fini pacifici, del quale Teheran non può essere privato.
Quello di Baghdad è stato un incontro intenso di dialoghi e confronti, svolto nel pieno di un’atmosfera pacifica e di collaborazione. Tuttavia, neanche Baghdad è stato ciò che per molti sarebbe potuto essere l’ultimo di una lunga serie d’incontri che potessero calmare le acque agitate tra il blocco Occidentale e la repubblica islamica. Mosca aveva avvertito che il gruppo presieduto dalla baronessa Ashton chiedeva troppo e cedeva troppo poco; ciò nonostante l’Alto rappresentante ha affermato che sul tavolo c’è un accordo al quale manca solo la fase di determinazione di punti concreti e la loro analisi. A questo proposito si è stabilito un prossimo incontro, che avrà luogo il mese di giugno nella capitale russa.
Nel frattempo, l’Iran si è mostrato disposto ad accogliere nel suo territorio l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), con l’obiettivo di portare a termine operazioni di vigilanza sul suo programma nucleare, a cambio di uno stop delle sanzioni economiche; ciò nonostante, l’accordo non è ancora stato raggiunto.
Il tiro alla fune di Baghdad sembra quindi aver avuto un risultato più positivo che negativo, senza però alcuna soluzione concreta, che lascia la società internazionale nell’incertezza. A peggiorare le cose, nuove dichiarazioni che sono emerse negli ultimi giorni potrebbero essere deleterie per il clima di Mosca in cui i negoziatori si troveranno a lavorare. In primo luogo, Teheran, attraverso il capo dell’organizzazione atomica, Fereydoun Abbassi Davani, ha dichiarato la costruzione di almeno altre due centrali nucleari, e annuncia che “non c’è motivo di cedere il 20% nell’arricchimento di uranio”. Paradossalmente, ma forse neanche tanto, la corporation russa Rosatom parteciperà alla costruzione delle nuove centrali.
A Gerusalemme, il Presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, esprime la sua preoccupazione sul programma nucleare iraniano, dichiarando che “non rappresenta solo un pericolo concreto per Israele, bensì per l’intera regione e potenzialmente anche per l’Europa”. Aggiunge che la strategia tedesca riamane quella delle sanzioni economiche. E’ rilevante tenere in conto che a partire del primo luglio i paesi europei hanno programmato un embargo totale del petrolio proveniente dalla repubblica islamica. Restando in Israele, a Tel Aviv, Amos Yadlin, l’ex capo dell’Intelligence israeliana, dichiara che sarebbe meglio procedere con un’azione militare in Iran. Di fatto, Israele, che non partecipa diplomaticamente ai dialoghi, è molto delusa dalla “poca severità occidentale”. Il quotidiano israeliano Haaretz riporta le reazioni di Teheran: future sanzioni porteranno a un abbandono degli incontri, e quindi impediranno il raggiungimento di un accordo.
E quindi fra meno di un mese gli attori dei negoziati si ritroveranno a Mosca con alte responsabilità: una trattativa che possa soddisfare tutti i membri cancellerebbe l’imminente minaccia di un nuovo conflitto in Medio Oriente dalle previsioni ancora troppo incerte, ma che tutti, eccetto Israele, vorrebbero evitare.













