Falcone, un uomo dello Stato: un anniversario tra ricordi e sangue inaspettato
di Stefano Capponi
Oggi, 19 maggio 2012, è passato solo un giorno dall’anniversario della nascita del giudice Giovanni Falcone, e ne devono passare ancora tre per il 23 maggio, l’anniversario della sua terribile morte. In questo giorni di ricordi, si affiancano quelli dei suoi amici e dei suoi parenti a quelli dell’intero popolo siciliano e italiano, e allo stesso tempo vi è una nuova ondata di violenza che ci ricorda quanto nulla sia ancora totalmente sconfitto. Chi era Giovanni Falcone?
Giovanni nasce a Palermo, la stessa città che l’ha ucciso, nel 1939. E’ figlio di una famiglia colta, eppure nessuno ha professioni giuridiche: il padre è un chimico, direttore del Laboratorio Chimico Provinciale. E’ nel 1964, ovvero a soli venticinque anni, che Falcone vince il concorso di Magistratura, e inizia l’attività che occuperà gran parte della sua vita. Comincia a praticare a Trapani, ma solo nel 1978 si trasferisce a Palermo, e da lì inizia a occuparsi di un fenomeno che negli anni, anche da un punto di vista internazionale, si stava facendo sempre più predominante: Cosa Nostra.
Falcone capisce tra i primi che per indagare su Cosa Nostra bisogna indagare sull’obbiettivo di Cosa Nostra: i soldi. E’ per questo che ha l’idea di focalizzare l’attenzione specialmente sui passaggi bancari e finanziari. La collaborazione è intensa con gli Stati Uniti, e il distretto di New York in particolare: è infatti quella in quegli anni la meta degli affari di tanti gangster, come Rosario Spatola. Mette nei guai anche uno degli uomini oscuri dei misteri italiani della Prima Repubblica: Michele Sindona.
Nonostante questa battaglia internazionale, negli anni ’80, con l’ascesa sempre più forte dei Corleonesi, le cose peggiorano. Vengono uccisi servitori dello Stato, come Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici.
E’ per questo che il giudice Antonino Caponetto crea il Pool Antimafia, di cui Falcone fa parte a pieno titolo: questo pool mette in atto un’azione potente contro Cosa Nostra, e ne arresta uno dei leader, il celebre Tommaso Buscetta, ma soprattutto fa sì che ci siano le basi per il primo maxiprocesso di mafia, il Maxiprocesso di Palermo. Il pool lavora con successo fino alla fine degli anni ’80, quando Caponetto deve andarsene per ragioni di salute, ed è qui che si apre il contrasto tra Falcone e una parte del mondo della magistratura dell’epoca. Antonino Meli, un giudice più anziano ma meno esperto di Giovanni Falcone, viene nominato a capo del pool, e utilizza tecniche vecchie e poco pratiche che fanno minacciare le dimissioni al magistrato, e che rendono infine il pool sconfitto e sciolto dallo stesso Meli. Un altro caso che porta conflitto è quello del “Corvo”: girano per suo conto delle lettere nel Palazzo di Giustizia di Palermo in cui si accusa Falcone di avercela con i Corleonesi perché storici rivali della sua stirpe.
Ma già il primo attentato subito dal giudice pone dei dubbi sulla trasparenza e la volontà di tutte le parti dello Stato di sostenere la sua battaglia: nel fallito attentato dell’Addaura, infatti, ombre oscure ricadono sul SISDE, i servizi segreti che in teoria avrebbero dovuto proteggerlo. Ancora, ebbe critiche da Leoluca Orlando, critiche di cui l’odierno candidato IdV sindaco di Palermo non si è mai pentito, e addirittura accuse di non aver voluto procedere contro “amici” della corrente andreottiana. Allo stesso tempo però, fu duramente contestato al Maurizio Costanzo Show da Totò Cuffaro, ora in carcere, di voler delegittimare la classe politica siciliana con false accuse, in particolare la classe di riferimento all’odierno deputato del Gruppo Misto Calogero Mannino, poi assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Parte della magistratura si batte inoltre contro la nomina di Falcone a Superprocuratore, perché la vedeva come una riduzione dell’autonomia dei giudici.
Quel 23 maggio 1992, tutte queste accuse si spengono, in un attimo, insieme Vito Schifani, Rocco Dicilio, Antonio Montinari, gli agenti di scorta, nell’esplosione di quell’auto nell’autostrada di Capaci. Legittime o no, quelle critiche da quel momento si sono zittite.
Insieme a loro c’era anche Francesca Morvillo. Era la moglie di Giovanni Falcone, magistrato anch’essa, e anch’essa combattiva nei confronti di Cosa Nostra e sempre vicina al marito. Alla Morvillo, insieme a lui, era dedicato il nome del Liceo Morvillo-Falcone, la scuola di Brindisi che oggi ha subito un attentato probabilmente di matrice mafiosa che in epoche di crisi, minacce a Equitalia, anarchici, antieuropeisti, minacce NoTav ecc., nessuno si sarebbe più aspettato.
Tutto sembrava appartenere a un lontano passato. Problemi che erano di un tempo, e che ora non ci sono più. Sottovalutati? Forse, c’era un velo di ottimismo sulla fine di quel passato, viste le nuove minacce che il futuro ci lascia intravedere. 
Di certo, Giovanni Falcone non è morto una volta sola. Una, era quel 23 maggio, sull’asfalto delle strade di Isola Delle Femmine. L’altra, 20 anni dopo, insieme a Melissa Bassi, la sedicenne oggi rimasta uccisa dall’esplosione, a Brindisi, vicino alla sua ora gravissima amica Veronica Capodieci.
Due e decine, centinaia di altre morti, per un nemico che a quanto pare, per quanto possa essere sempre più sofferente, continua a vivere.
«Lo capii subito che rischiava la vita. Da quando cominciò a lavorare con Rocco Chinnici che gli affidò alcune delle più delicate inchieste di mafia. Una volta glielo dissi pure: “Giovanni chi te lo fa fare?” E lui mi rispose “Si vive una volta sola”» – Maria Falcone












