Pubblicato il: mar, apr 24th, 2012

Students, it's only english! Dal 2014 al Politecnico di Milano solo inglese per i corsi magistrali

di Matteo Molon

Il Politecnico di Milano

Davvero magistrale la scelta del Politecnico di Milano, infatti, dal 2014 ogni corso non sarà più tenuto nella lingua dell’italico suolo, il che fa rimanere alquanto stupiti, domandandoci se in Italia non si dovrebbe insegnare utilizzando principalmente l’Italiano.

Ebbene non esattamente, è ufficiale la decisione che tra poco più di due anni i bienni specialistici e i dottorati saranno tenuti solamente nella lingua internazionale per antonomasia: l’inglese.

Le motivazioni accreditate sono, in primis, il voler attirare maggiori studenti e docenti stranieri di pregio, un programma dunque per internazionalizzare l’istruzione italiana, che sarà seguito anche da altre università. In seguito non si devono dimenticare i finanziamenti europei che confluirebbero nelle casse universitarie, in un periodo dove i fondi per l’istruzione si vedono col microscopio, è una possibilità che non va sprecata.

Questo spiraglio anglosassone di approccio alla lingua apre però delle controversie: non si rischia di svalutare la lingua italiana? A maggior ragione in una sua storia recente dove termini stessi quali ”dinamismo” e ”vivacità” sono andati sbiadendosi. Vengono usate sempre le stessa parole, le gente legge poco e il vocabolario personale e sociale non si amplia. Se ciò non avviene non se ne creano nemmeno di nuove, la lingua non si rinnova, non si rigenera.

Solitamente una popolazione dimentica una sua fondamentale costituente, come la lingua appunto, unicamente se perde drasticamente di valore o non ne ha mai avuto davvero uno.

Non è certamente la situazione dell’Italiano: una lingua prestigiosa, secolare, di cultura e arte, una lingua dotta, ricchissima di sfumature e che riserva moltitudine di significati per poter nominare con precisione ogni singolo elemento delle realtà vissute. Ha un sapore classico, di classe ed elegante. Non è una novità che molti stranieri la imparino apposta, per poter leggere opere somme come La Divina Commedia in lingua originale.

Gli stranieri vogliono l'italiano, e gli italiani?

Quanto deciso dal Politecnico di Milano assume, quindi, le sembianze dell’ennesimo sfregio a una risorsa nazionale già pesantemente martoriata – quanti si ricordano il dover studiare di alcuni compagni, quasi da zero, le coniugazioni verbali in prima classe superiore? – e mette in luce una considerazione che forse arriva alla base del discorso. Il problema, infatti, è un’istruzione italiana che deve essere riformata, che già nelle sue fondamenta ha poca considerazione del bagaglio culturale dà trasmettere alla nuove generazione che si apprestano agli studi. Nelle aule l’aria respirata è più dogmatica che di libera espressione, assieme a tutte le conseguenze del caso; bada più all’apparir di sapere che al sapere, comprendere il significato profondo degli argomenti affrontati, costituente l’humus del pensiero critico di ognuno.

A dispetto del leghismo più raffinato, e del ”politichese” che facilmente si abbandona nei grandi giri di parole, e nei plateali discorsi, all’uso di termini english, invece di usarne di italiani, per apparire più cool e abbordare bagni di folle di italiani annuenti; la cara e vecchia lingua italiana viene osannata all’estero e bistratta dai suoi compatrioti. Non urgerebbe, forse, un maggiore impegno nel valorizzare strutturalmente l’importante lingua con cui si è cresciuti e con cui si sono espresse le prime forti emozioni della vita?

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