Pubblicato il: mer, apr 18th, 2012

“SHISHU BHAVAN” – Le piccole realtà che fanno grandi l’Italia

di Stefano Romano

Lo Staff della Scuola. Foto di Stefano Romano

Continuiamo il nostro viaggio nel microcosmo delle associazioni impegnate socialmente con le realtà multietniche a Roma.

Questa è la volta di un’Associazione Onlus chiamata ‘Zero in Condotta’, istituita nel Febbraio del 1999, da cui ha preso vita, nel 2001, il Centro Interculturale per minori “Shishu Bhavan”, che significa “La casa del Bambino” in lingua bangla, ispirata ad una casa fondata a Calcutta da Madre Teresa. Presidente è una professoressa di Pedagogia interculturale dell’Università Roma Tre, Anna Aluffi Pentini, insieme a Chiara Frassineti.

In un album di fotografie nella casa si legge: “Alcuni anni fa l’Associazione Zero in Condotta ha preso in affitto una casetta in Via Casal del Drago 10, l’ha risistemata e ha aperto il centro interculturale per minori Shishu Bhavan”. Il progetto è nato grazie ai bandi del Comune di Roma che aiutano con finanziamenti le strutture che operano in questo settore. Inizialmente il bando si rivolgeva ai “Centri diurni per bambini stranieri”, ma come definizione suonava piuttosto male; anche perché il comune finanziava solamente le famiglie straniere, ma visto che in questa struttura anche le famiglie italiane portano i loro figli, si sarebbe creata una sorta di discriminazione al contrario. Perciò le varie associazioni si sono unite per chiedere al Comune, dapprima un’uguaglianza di finanziamento tra le famiglie immigrate ed italiane, e in un secondo momento,  per modificarne la dicitura. Vi è stato poi un periodo in cui il bando era stato persino intitolato ai “Centri d’integrazione sociale e culturale per minori socialmente fragili”, come se l’essere migranti equivalesse ad un handicap psicologico. Si è giunti dunque infine ad un più sintetico e corretto: “Centro interculturale per minori.”

Il problema è che l’ultimo bando risale al 2010, pertanto questa struttura fa fatica ad andare avanti (si autofinanzia gite e ristrutturazioni grazie ad aperitivi con donazione aperti a tutti), e altre simili hanno dovuto chiudere. Il motivo è semplice: i finanziamenti garantiscono un accesso gratuito alle famiglie, ma visto che negli ultimi anni è stato ridotto di circa il 30% l’aiuto economico, la struttura deve chiedere una retta minima alle famiglie, non solo per sopravvivenza, ma anche perché parte del bando stesso. E’ una quota non stabilita e non discriminatoria, certo, ma necessaria. “Questo comporta delle difficoltà per qualche famiglia”, afferma Margherita, una delle coordinatrici della Casa con sguardo limpido ma fermo. Con lei condividono il progetto altre sette socie, divise nei compiti tra: educatrici, responsabili, operatrici e coordinatrici. Si aggiungono a loro alcune tirocinanti di Scienza della formazione dell’Università Roma Tre. L’essere un’equipe multiculturale è un punto di forza sottolineato più volte da Margherita ed Adriana, un’altra delle responsabili. Alcune di loro, infatti, vengono dalla Romania e dalla Germania, in più lo staff in passato  ha ospitato delle tirocinanti in Italia con progetto Erasmus (ora, per esempio, si alternano due ragazze spagnole). La forza è nell’infondere tranquillità alle famiglie straniere che affidano i loro figli, ed è anche la speranza, per chi è appena arrivato in Italia, che  trova in queste donne un percorso di successo ed integrazione, capace di alimentare l’idea di un futuro migliore.

I Bambini nella classe. Foto di Stefano Romano

“Shishu Bhavan” è una Scuola dell’infanzia, ospita bambini dai due ai sei anni. L’utenza della Scuola è per la maggior parte di famiglia straniere, ma anche di famiglie italiane o a coppia mista. Una presenza massiccia è data da famiglie appena ricongiunte. In questo la Scuola è fondamentale e si diversifica dalle scuole istituzionali, primo perché sia per sensibilità che per formazione (l’impronta pedagogico-interculturale della Presidente e di chi ci lavora è profondissima) le operatrici sono molto consapevoli della delicata situazione di un minore appena giunto in Italia. In secondo luogo, perché le iscrizioni sono possibili durante l’intero anno, non come le scuole comunali che hanno un periodo obbligatorio d’iscrizione che, perso il quale, si salta automaticamente l’anno scolastico. La Scuola divide i bimbi in due gruppi: i “Gialli” che vanno dai 2 ai 3 anni, che è quindi la fascia nido. Fascia per cui la richiesta è altissima proprio per il motivo suddetto ed anche per la forte discriminazione che c’è nelle graduatorie: dove una famiglia che lavora in nero (come molte famiglie immigrate), rientra in un livello bassissimo; perché il padre che “non lavora” può stare a casa a badare ai figli. C’è poi il gruppo dei “Blu”, che va dai 3 ai 6 anni, ovvero la fascia della scuola dell’infanzia.

I bambini vengono spesso da famiglie disagiate, infatti, soprattutto nei primissimi anni c’era un forte numero di bimbi rom: nel 2003 erano 14 su 18. Le iscrizioni alla “Shishu Bhavan” avvengono, oltre che per il passaparola, anche grazie alle indicazioni delle assistenti sociali, anzi, è proprio la rete di segretariato sociale ad essere la ragnatela che dà a Roma la linfa a tutte queste associazioni. Volti sconosciuti, ma che lavorano ogni giorno nel silenzio dell’informazione, per far sì che la vita delle comunità migranti sia migliore ogni giorno che passa.  Per esempio, nelle vicinanze della Scuola, c’è una palazzo di sette piani occupato da tempo da nuclei familiari etiopi ed eritrei. Da là è arrivato anni fa un primo bambino e altri ne sono seguiti, perché oltre alla Scuola per minori, l’Associazione Zero in Condotta ha affiancato nel 2007 un Centro Residenziale chiamato “Ammr Bhavan” (La Casa della Mamma). Tale centro ospita nei suoi due appartamenti sette mamme extracomunitarie con i loro figli, donne spesso rifugiate, sole e dalla vita in alcuni casi segnata da sofferenze.

Spesso si fa questo lavoro perché è parte del cammino universitario, come Margherita, anche lei tirocinante dal 2004 nella Casa, ma a volte ci si accorge diventare l’unico possibile. Diventa passione che ti porta ad affrontare le difficoltà burocratiche perché te lo chiedono due occhioni sgranati, ed è così che Margherita è rimasta, passando da tirocinante a coordinatrice.

Perché queste persone credono veramente in un futuro migliore possibile. Lo si nota da piccole cose, dall’amore con cui sono state dipinte le pareti con diversi colori, o da come sono ordinati in fila i pannolini. Queste donne, e forse non è un caso che spesso dietro a tali realtà vi siano sempre donne, credono fermamente che non sempre la bellezza è nell’essere tutti uguali, ma anzi, l’unicità sta proprio nel essere diversi ed accettarsi per conoscersi. “Ai bambini piace confrontarsi” continua Margherita. “Amano tanto sapere i nomi delle cose in ogni lingua, adorano le canzoni tradizionali e la mattina si contano con i numeri in ogni lingua di appartenenza.” In questo è fondamentale anche il rapporto con le famiglie che vengono continuamente coinvolte, nel limite del possibile. Sono le operatrici stesse che suggeriscono ai genitori di parlare ai figli nella lingua madre, che all’italiano ci pensano loro, visto che è la lingua madre ad essere la lingua degli affetti.

Questa è una conclusione importante, che vale come punto di partenza per le riflessioni sul futuro dell’Italia. Le famiglie che giungono da noi sono spesso famiglie lasciate a se stesse, sole con le loro malinconie e difficoltà pratiche. Creare una “rete di affetti”, che dalle scuole coinvolga i figli e le famiglie stesse, può diventare il motore di una felicità possibile. Questo fa la Scuola “Shishu Bhavan”, e le risate dei bambini in sottofondo dicono che questa felicità è possibile.

In un disegno appeso alla parete nell’ufficio sono raffigurate due farfalle di colori diversi, una chiede all’altra: “Tu di che razza sei?”. La risposta: “Farfalla e tu?”.

Per info e contatti: www.zeroincondottaonlus.org

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