E se i giornalisti fossero i primi razzisti? Ecco l’iniziativa di "Giornalisti contro il razzismo"
di Serena Santoro
Non è pretendere troppo attendersi un atteggiamento volto alla non discriminazione e alla tutela delle minoranze da parte di chi dovrebbe svolgere il mestiere che richiede deontologicamente la massima terzietà nell’esposizione dei fatti. E se chi di dovere come i media, che rientrano in un’accezione larga del termine, nelle Istituzioni, non dà il buon esempio, si possono poi biasimare i cittadini per un atteggiamento qualunquista e da capo espiatorio?
Se la Carta di Treviso è uno strumento di garanzia per il minore ed è un po’ la Bibbia dei giornalisti, la Carta di Roma rimane nell’applicazione un Vangelo marginale che ha però segnato in astratto un passo in avanti importante da parte dell’Odg.
La Carta di Roma (per chi volesse approfondire, la si può leggere nel sito dell’Ordine dei giornalisti) stabilisce guarentigie per richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti.
Nel 2007 quindi Odg e Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana) hanno accolto i legittimi campanelli d’allarme dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati circa l’informazione dei media sulle tematiche dell’immigrazione.
Non ci voleva poi molto in fin dei conti, bastava semplicemente attenersi dal punto di vista sostanziale all’articolo 3 comma 1 della Costituzione che è però sempre meglio ribadire per i più i distratti: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
La legge istitutiva dell’Ordine prevede il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati, ma è stata la Carta di Roma a stabilire attenzione e sensibilità giornalistica nei confronti dei temi d’immigrazione. Ecco in riassunto il contenuto dei doveri da parte dei media:
- Utilizzo di termini giuridicamente appropriati.
- Non divulgare informazioni imprecise su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti.
- Utilizzo di accortezze circa l’identità dei migranti che decidono di parlare con i giornalistica.
- Interpellare esperti di organizzazioni in materia.
Principi inappellabili che però spesso trovano scarsa concretezza come ha spiegato la giornalista Beatrice Montini, co promotrice della campagna “Giornalisti contro il razzismo” (per saperne di più visita il sito dell’iniziativa). Non è l’unica iniziativa esistente in materia ma brilla per semplicità ed immediatezza.
Il senso della campagna inaugurata da Montini è comunicare con un uso responsabile delle parole; l’iniziativa ha preso l’avvio nel mese di maggio dello scorso anno con l’appello “I media rispettino il popolo Rom” (link per aderire).
Montini ha raccontato ad un evento su “ Media e Immigrazione” tenuto presso l’Università di Verona lo scorso mese come l’idea di una così geniale campagna sia nata dopo la strage di Firenze nel dicembre del 2011 (per ripassare il fatto, leggi l’articolo).
Già, perchè anche la stampa può essere complice di discriminazione nel riportare i fatti e nell’utilizzo della terminologia, ed è proprio a questo che è dedicata l’altro appello di “Giornalisti contro il razzismo”. Si tratta di “Mettiamo al bando la parola clandestino, e non solo quella” che propone agli aderenti di impegnarsi a non utilizzare i vocaboli che compongono il vademecum dell’ideologia razzista quando si tratta di migranti: clandestino, vu cumprà, extracomunitario, nomadi, zingari.
Cinque semplici parole che possono innescare un meccanismo di tutela da non sottovalutare e che permetta ai lettori di scegliere realmente un’informazione corretta non solo nei principi etici di fondazione del giornale ma negli articoli ovvero nella vita di tutti i giorni di un quotidiano.
Nel giornalismo online il lettore si posiziona con il cursore sul “cerca”, digitando i termini incriminati. Da questa analisi gli utenti potranno “ boicottare” chi fa disinformazione, etnicizzando la notizia.
A proposito di immigrazione e media è opportuno segnalare il portale del Cospe su questo tema. Per chi non lo conoscesse il Cospe è un’associazione privata, laica e no profit, impegnata nel dialogo tra culture, nello sviluppo sostenibile, nei diritti umani, per la pace e la giustizia tra i popoli. L’associazione valorizza inoltre i media e l’integrazione, in particolare l’Ansi, organizzazione specializzata della Fnsi costituita da giornalisti di origine straniera che lavorano presso redazioni multiculturali.
Da questo portale si evincono informazioni importanti come i dati dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali: il 22,4% di tutte le istruttorie dell’Unar per le pari opportunità di trattamento senza alcune discriminazioni razziali riguarda i mass media. Il Record è detenuto da Internet che si aggiudica l’84% delle maggiori violazioni in campo di immigrazione. Grazie all’incessante attività di monitoraggio, è possibile segnalare al relativo sito nella parte riguardante l’osservatorio su media e web le fonti di informazione xenofobe.
E’ necessario sottolineare i dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza con l’ultimo rapporto del 2011 che delineano in questo ultimo anno un atteggiamento più morbido nei confronti dei migranti. Le paure legate alla presenza straniera sono infatti più ridotte, solo il 6% degli intervistati ritiene l’immigrazione una priorità rispetto agli anni precedenti nei quali si era superata la percentuale del 10%, arrivando addirittura nel 2007 al 13%. Il dato negativo però rimane, il 32% degli intervistati ritiene gli stranieri una minaccia per l’occupazione.
All’incontro di Verona la sottoscritta ha rivolto una domanda al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori, circa l’interesse a sensibilizzare i giornalisti ad un uso equo della terminologia, non solo dal punto di vista etico ma anche da un punto di vista di credibilità dei giornalisti: “Non credete forse che utilizzando termini impropri, sarete sostituiti da differenti media, Associazioni specializzate, ad esempio giuridiche con propri portali in grado di svolgere meglio il vostro mestiere ovvero la ricostruzione dei fatti?”
Forse porre la questione in termini utilitaristici può sollecitare maggiormente ed ottenere di conseguenza il rispetto nei confronti dei migranti. Una cosa è certa, se davvero il profitto aiutasse a risolvere problemi di correttezza morale, sarebbe il massimo simbolo di una società malsana.
Un’iniziativa così ben strutturata come “Giornalisti contro il razzismo” servirebbe anche in altri campi di discriminazione, che non è solo dei migranti ma di tutte le fasce considerate minoritarie e deboli, basti pensare al forte sessismo dei media.
In un prossimo articolo verrà approfondito questo quesito:
- Attualmente l’Odg e la Fnsi prevedono sanzioni nel caso dell’utilizzo su giornali cartecei ed online di un gergo razzista?
Consiglio di lettura: “Co-in comunicare l’integrazione” è un libro realizzato dalla Cooperativa Lai Momo e dal Centro Studi e Ricerche Idos con la promozione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il libro fa luce sul contributo dei concittadini stranieri alla vita del Paese.












